ROCK IN TIME - 4 Passi Nella Storia Del Rock

ROCK IN TIME

 

4 Passi Nella Storia Del Rock

A cura di Giovanni Ansaloni

di On The ROCK

THE DEREK TRUCKS BAND - "Already Free"

"Already Free"

 

"Our Love"

Il chitarrista americano ha vissuto sin dall’infanzia ai margini della Allman Brothers Band, gruppo del quale fa parte suo zio Butch Trucks, per poi farne parte dal 1999. “Annusare” il profumo della musica del gruppo dei fratelli Allman è stata una palestra utile per quello che sarebbe stato il suo modo di concepire un certo tipo di sound. In questo album, però, non c’è molto del rock-blues della Allman Brothers. Il chitarrista di Jacksonville ha sviluppato uno stile personale più scarno ed essenziale, senza trascurare quanto imparato dai suoi maestri, riuscendo a fondere quei tipici suoni seventies ad un linguaggio più attuale.

 

Troviamo conferma di tutto questo nella iniziale “Down In The Flood”, inserita nei “Basement Tapes” di dylaniana memoria, che Mr. Zimmerman nel 1975 ha registrato con l’ausilio di The Band, qui eseguita con suoni più ruvidi rispetto all’originale e con il cantante Mike Mattison che sembra avere una maturità maggiore rispetto al precedente “Songlines”. Il chitarrista della Florida pesca anche nel vasto repertorio della musica nera proponendoci “I Know” di Big Maybelle, in cui si risentono i suoni cari alla band di suo zio Butch e il classico soul “Sweet Inspiration”, scritto da Lindon Spooner Oldham per le Sweet Inspirations, in cui ancora una volta la voce di Mattison riesce a farsi notare. Davanti a queste storiche composizioni non sfigurano i nuovi pezzi proposti da Trucks e dalla sua band. Alla classica ballata “Days Is Almost Gone” si contrappongono episodi come “Something To Make You Happy” e “Down Don’t Brother Me” che possiedono il sacro fuoco dei grandi classici. Ma se l’album riesce a raggiungere vette elevate lo si deve anche alla presenza di Doyle Bramhall, che ha parzialmente contribuito alla produzione e partecipato in qualità di chitarrista e cantato nella sinuosa “Maybe This Time” e nella dolce “Our Love”. Non poteva mancare il tocco femminile di Susan Tedeschi, moglie di Trucks, interprete dell’acustica “Back Where I Started”, scritta a quattro mani da Trucks e Warren Haynes, compagni nella Allman Brothers Band. La compattezza del suono e l’affiatamento della band sono la principale caratteristica di questo album e “Don’t Miss Me” e “Get What You Deserve” ne sono un classico esempio. Il fruscio di un vecchio vinile introduce il brano che dà il titolo all’intero CD. “Already Free” è un blues che ci riporta a tempi andati, il finale di un lavoro maturo che riesce a farsi apprezzare per la sua immediatezza e per quella voglia di rendere attuali quei suoni che sono dentro ognuno di noi da sempre e che Trucks rinvigorisce grazie alla sua voglia di rinnovamento.

 

Pubblicata il 19 Maggio 2018

ROLLING STONES - "Let It Bleed"

"Gimme Shelter"

 

"Midnight Rambler"

L’apertura del disco spetta alla canzone più celebre: “Gimme Shelter”. Il brano è conosciuto anche per la partecipazione tutt’altro che secondaria della soprano Merry Clayton, la quale duetta in maniera magistrale con un ispirato Mick Jagger. Il tocco leggiadro di Keith Richards e un’apoteosi sonora via via sempre più intensa coronano il tutto. Il seguente “Love In Vain” è un brano originale solo per metà, in quanto originariamente composto dal leggendario musicista blues Robert Johnson, ma qui rinnovato dall’aggiunta di qualche accordo e da un diverso arrangiamento. La versione degli Stones, per quanto apprezzabile, non resta certo impressa al pari di altre hit, ma suggella l’amore incondizionato del gruppo verso certe sonorità Country/Blues che della musica Rock sono le fondamenta. “Country Honk”, che altro non è se non la versione Country del singolo “Honky Tonk Women” pubblicato solo qualche mese prima dell’uscita del disco, prosegue sullo stesso filone della precedente traccia e ci porta spassionatamente a “Live With Me”, pezzo Rock guidato da un basso corposo e dalle due chitarre di Richards e Taylor, nonché dal fondamentale apporto del sax di Bobby Keys. Il piano diventa protagonista nelle atmosfere fortemente Country di “Let It Bleed”, con una sezione ritmica che tende magistralmente le fila del pezzo al servizio della voce di Jagger. Le tematiche forti del brano non gli permisero di divenire un singolo, ma resta il fatto che rientri appieno tra gli episodi migliori dell’intero album. Una forte impronta Blues emerge nella bellissima “Midnight Rambler”: tematicamente ispirata alla figura dello “strangolatore di Boston”; la canzone si regge principalmente su chitarra e voce, ma è ottimamente sorretta dalle percussioni (suonate da Brian Jones) ed è di quelle su cui la band punterà molto dal vivo. A caratterizzare “You Got The Silver”, tranquilla e gradevole ballad, è invece la presenza di Keith Richards dietro al microfono (prima volta nella storia del gruppo britannico), il quale ci mette in mostra le sue buone doti canore. Uno degli episodi più interessanti del disco è rappresentato da “Monkey Man”, canzone dal ritmo frizzante che vede l’apporto di svariati strumentisti e fa sprigionare l’animo più selvaggio del leader Mick Jagger. La lunga traccia conclusiva “You Can’t Always Get What You Want” è atipica per le sue atmosfere tanto differenti dal sound tipico degli Stones. Il coro e le percussioni rendono il brano una vera e propria Opera Rock, rendendo così onore ad un disco eterogeneo nella sua pura essenza Rock, nella sua radicata anima Blues e nei suoi visionari intenti sperimentali dagli ampi confini.

 

Pubblicata il 15 Marzo 2018

BLIND FAITH - "Blind Faith"

"Can't Find My Way Home"

 

"Do What You Like"

ll fenomeno del cosiddetto supergruppo era piuttosto in voga negli anni settanta e scaturiva dalla complessità della musica proposta che tendeva ad esaltare il virtuosismo dei musicisti. Basti pensare, per esempio, a formazioni straordinarie quali Emerson, Lake & Palmer, Crosby, Stills, Nash & Young, Jeff Beck Group, Cream, Yes fino ad arrivare, nel 1981, ai più modesti Asia. Il supergruppo per antonomasia è, a mio parere, quello costituitosi nel 1969 sotto il nome di Blind Faith (Fede Cieca) e formato da Stevie Winwood (Spencer Davis Group/Traffic), Rich Grech - deceduto nel 1990 - (Family), Eric “slowhand” Clapton (The Yardbirds/Cream), e Ginger Baker (Graham Bond Organisation/Cream). La parabola di questa band fu brevissima, solo una manciata di mesi, a causa dei dissidi interni scaturiti dalle forti personalità dei componenti (d’altronde la vita dei supergruppi non è mai stata troppo longeva). I Blind Faith produssero un solo omonimo disco nell’agosto di quell’anno che ebbe un successo straordinario ed è considerato come una delle migliori release Rock di tutti i tempi. Basti pensare che il loro primo concerto fu tenuto il 7 giugno 1969 all’Hyde Park di Londra di fronte a 150.000 persone (dell’evento è reperibile anche una versione in DVD) e che l’album vendette circa 500.000 copie in un mese arrivando al primo posto sia negli U.S.A. che in Inghilterra! La cover del platter ritrae un’undicenne nuda (Mariora Goschen) con in mano un superjet di metallo, ma fu censurata in alcuni paesi, tra i quali (e te pareva) l’Italia, per i suoi riferimenti ritenuti esplicitamente erotici. In realtà le intenzioni del grafico Bob Seidemann erano altre: il superjet rappresenterebbe, infatti, il frutto dell’albero della conoscenza, mentre la bambina quello dell’albero della vita.

 

L’album, prodotto da Jimmy Miller, contiene sei tracks che sono autentiche perle. L’opener “Had To Cry Today” si evidenzia per un riff portante molto incisivo sciorinato da Clapton, mentre il vocalism di Winwood si dipana su atmosfere autenticamente melodiose. Sono presenti due assoli di chitarra di una bellezza incredibile. “Can't Find My Way Home” è un pregevole ballata acustica dall’andamento quasi Country con sugli scudi ancora la magnifica voce di Winwood. Dall’andamento più disincantato, “Well All Right” è una riproposizione di un brano di Buddy Holly, un Blues/Rock dotato di una ritmica semplice e diretta. La struggente ed intensa “Presence Of Lord” è una delle canzoni migliori composte da Eric Clapton; il brano ad un certo punto cambia totalmente grazie ad un riff arcigno seguito da un assolo alla sei corde, per poi concludersi riprendendo il bel tema iniziale. “Sea Of Joy” è una song che ricalca moltissimo l’inimitabile stile dei Traffic: la voce di Winwood si presenta estremamente armoniosa e le parti di tastiera di chitarra tessono ritmiche stupende. La conclusiva quasi psichedelica “Do What You Like” esalta le enormi capacità del rosso Ginger Baker alle pelli che in quel periodo storico era certamente uno dei migliori batteristi in circolazione.

 

Qualcuno parlò di grande truffa; insomma il gruppo si sarebbe formato solo per il vil denaro per poi sciogliersi immediatamente. Si può affermare ciò che si vuole, resta il fatto incontrovertibile che questo è un disco in grado di darti emozioni fortissime anche dopo tantissimi anni. Non sono molti gli album di cui si possa dire altrettanto.

 

Pubblicata il 15 Febbraio 2018

KING CRIMSON - "Islands"

"Islands"

 

"Sailor's Tale"

I dischi, si sa, sono per ogni buon appassionato dei veri e propri oggetti di culto che ognuno conserva ed ama, per i motivi più svariati. Mentre alcuni dischi sono considerati, coram populi, dei capolavori assoluti, attorno ad altri si scatenano vivacissimi dibattiti tra chi li adora e chi li considera, invece, prodotti minori.

 

Questo è il caso di “Islands”, quarto lavoro dell’instancabile Re Cremisi: si tratta davvero di un disco “diverso” da tutti quelli prodotti in quegli anni nella scena Rock Inglese, è l’abbecedario della contaminazione, la liberazione dai classici stilemi del “Rock Progressivo”, la conquista definitiva dell’improvvisazione e molto altro ancora. Il disco pubblicato nel 1971 è effettivamente “discutibile”, non tanto in termini pratici (poiché è impossibile dire che il lavoro non sia eccellente), quanto in termini teorici. Dopo le tre esperienze precedenti (“In The Court Of Crimson King” del 1969; “In The Wake Of Poseidon” e “Lizard” entrambi del 1970) infatti, Robert Fripp, nonostante la perdita di tutte le grandi personalità che aveva avuto al suo fianco (primo fra tutti Greg Lake che andò a formare con Keith Emerson e Carl Palmer gli Emerson, Lake & Palmer), mette in piedi una formazione del tutto nuova. Inserisce, oltre al flautista Mel Collins e ai due jazzisti Keith Tippett (piano) e Mark Charig (corno) – già presenti nella line up del precedente “Lizard” - Boz Burrell al basso e al canto e Ian Wallace alle percussioni. Il prodotto che ne consegue è qualcosa che va ben oltre il tradizionale Progressive Rock e che spazia con assoluta naturalezza tra la musica classica, il jazz e l’avanguardia; il tutto ottimamente “condito” da una buona dose di sentimento (che non guasta mai) e dai testi di Pete Sinfield (lo stesso titolo “Isole” ben illustra la miscellanea che caratterizza questo disco).

 

La grandezza di quest’album, a mio avviso, sta nell’aver allargato il campo del Rock Progressivo fino a trasformarlo in vera e propria “musica progressiva”: “Islands” è senz’altro un disco seminale, nel senso che gran parte delle avventure musicali inglesi degli anni successivi prenderanno spunto o faranno riferimento alle composizioni e soprattutto al modo d’improvvisare che lo caratterizzano. Che altro dire di brani come “Formentera Lady”, “Sailor’s Tale” o la title track “Islands”?

 

Pubblicata il 1 Gennaio 2018

QUEEN - "News Of The World"

1977, piena era Punk…

 

Anche i Queen erano considerati dinosauri del Rock, nonostante avessero esordito appena 4 anni prima venivano visti come roba vecchia, simboli del passato bla bla bla… Così pubblicarono un album che si apriva con due “canzoncine” come “We Will Rock You” e “We Are The Champions”, la loro risposta alle provocazioni Punk alla Sex Pistols. Potevano bastare queste due “piccole” prove (che sono poi diventate inni da stadio) per dare un giudizio definitivo su “News Of The World”, e invece no.

 

Ascoltando quest’album tenendo presente il passato della band si rimane molto sorpresi. Perché i Queen si allontanano ancora un po’ dalla pomposità dei primi album e rendono ogni composizione più asciutta e diretta, meno fronzoli e più sostanza: basta ascoltare la loro versione del Punk (o Hard Rock) e Funky di “Sheer Heart Attack” o “Fight From The Inside”. Le ballate stesse evitano di perdersi in inutili sovrarrangiamenti e restano godibilissime e raffinate canzoni come “Spread Your Wings” (ottima prova compositiva di Deacon) e la conclusiva “My Melancholy Blues”, una delle migliori performance di Mercury. Certo, non mancano episodi di difficile collocazione musicale in pieno stile Queen: “Get Down Make Love” dove la mettiamo? E “Who Needs You” col suo andamento latino? Difficile da dire. Ma non è tutto. Come detto, i Queen riducono gli arrangiamenti e rendono tutto più scarno e immediato tanto che nell’album trova spazio addirittura un Rock-Blues (“Sleeping On The Sidewalk”) registrato in presa diretta e cantato da May il quale poi si diletta al piano e alla voce anche nella delicatissima “All Dead, All Dead”. Rimane “It’s Late”, 7 minuti di Hard Rock (e prova chitarristica leggendaria di Brian May) che ci fanno capire una cosa semplice: “News Of The World” non è solo “We Will Rock You” e “We Are The Champions”.

 

Album ingiustamente sottovalutato, album da (ri)scoprire.

 

"We Will Rock You"

 

"We Are The Champions"

Pubblicata il 23 Dicembre 2017

BRUCE SPRINGSTEEN - "Born To Run"

"Born To Run"

 

"Thunder Road"

Sarà il gap generazionale, sarà che dipinge un mondo profondamente diverso da quello in cui viviamo oggi, sarà che il grido di fuga dalle regole ha ormai poco senso in una società che professa la fuga dal conformismo solo in apparenza, ma oggi uno dei grandi artisti più “dimenticati” della storia è niente meno che Bruce Springsteen, l'immortale Boss, autentica icona di un momento storico e di un intero paese. Quando, forse in maniera un po' sensazionalistica, parlo di “artista dimenticato” non mi riferisco ad un patrimonio musicale che riesce a permeare il muro del tempo che divide inevitabilmente la scena di oggi con quella degli anni 70: da questo punto di vista, ascoltando i suoi primi album è palese quanto le sue opere siano state influenti per la quasi totalità di tutto il rock che è venuto dopo di lui. E dov'è il problema, allora? Il problema non è tanto nella musica del Boss, quanto nel contesto da cui era scaturita: gli U.S.A. degli anni 70, quelli del “sogno americano”, la ricerca di una confortante realtà imprigionata in strette regole di comportamento e di etichetta che nascondeva spesso disagi profondi. Tutto questo viene sfatato dalla musica di Bruce, profeta della fuga e della ribellione, portavoce di una generazione di ragazzi (non solo americani, ma di tutto il mondo) che desiderava scappare dalla società perbenista e soffocante del loro tempo. Per quanto non si possa dire di aver compiuto molti passi avanti rispetto al passato, oggi la realtà è indubbiamente diversa, ed è forse per questo che rispetto a molti altri personaggi del suo stesso periodo storico, il nostro goda attualmente di un minore consenso da parte del pubblico più “giovane”, che lo considera forse ormai un “classico”, senza più coglierne il messaggio profondo.

 

Per fortuna si cresce e si imparano ad apprezzare lavori del calibro di questo “Born To Run”, indipendentemente da argomenti accessori come il genere o il contesto storico. Siamo di fronte forse al lavoro più importante del cantautore americano: arrivato nel 1975 alla terza uscita, il nostro riesce finalmente a centrare il grandissimo successo commerciale e a consacrarsi come autentica icona rock. Tutta la tracklist è piena di canzoni indimenticabili, ancora oggi amatissime dai fan e richieste a tutti i concerti del Boss. E' il caso, ad esempio, di pezzi leggendari come l'opener “Thunder Road”, uno di quei veri inni alla fuga dalla società e dal luogo di nascita in favore del successo e della libertà a cui accennavamo poco fa, e della title-track, forse la mia canzone preferita del nostro e una delle più celebri che egli abbia mai composto. Come dimenticare la particolarissima “Tenth Avenue Freeze-Out”, meno rock, forse, ma più spensierata e piacevolissima da ascoltare, dove il rocker dà prova di tutte le sue migliori doti vocali, o della più malinconica “Backstreets”. Ovunque si vada a parare, in questo platter non si possono che trovare grandi pezzi, e l'enorme lascito musicale di Springsteen, che solo un altro capolavoro come “Born In The U.S.A.” riuscirà quasi un decennio dopo a pareggiare.

 

Il rock disilluso e profondo del Boss è in grado di polverizzare in un secondo 30 anni di musica e ad inglobarli, facendoci vedere in maniera efficace come tutto è cominciato e da dove scaturisce la gran parte della musica che oggi possiamo ascoltare. La voce profonda e potente del Boss è un vero e proprio marchio di fabbrica, un'icona che ancora oggi, dopo quasi mezzo secolo, riesce a smuovere il cuore di milioni di fan in tutto il mondo. L’invito che quindi appare doveroso rivolgere a tutti è quello di riscoprire questo autore, il suo messaggio, la sua ispirazione reale, la sua capacità di lanciare messaggi dal valore universale, partendo dalla piccola realtà di provincia di cui è divenuto uno dei più grandi cantori.

 

 

Pubblicata il 31 Ottobre 2017

DAVID BOWIE - "The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars"

"Starman"

 

"Ziggy Stardust"

The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars”, spesso accorciato per comodità in “Ziggy Stardust”, è un concept album del 1972 della rockstar inglese David Bowie, prodotto da Ken Scott e dallo stesso Bowie presso i leggendari studi Trident di Londra. Il filo conduttore del disco è la storia di un personaggio molto rock’n’roll e molto Seventies chiamato, appunto, Ziggy Stardust, il quale è l’incarnazione umana di una sorta di alieno/profeta androgino impegnato nel tentativo di portare un messaggio di pace e speranza all’umanità. Come già accennato, Ziggy è l’icona del glam-rocker inglese degli anni settanta, distrutto dall’alcol e dalla droga, truccato ambiguamente e sessualmente promiscuo, nonché sostenitore, più di facciata estetica che di sostanza ideologica, della “dottrina” del “peace and love”; insomma, non è così lontano dalla verità chi vede in Ziggy un alter ego dello stesso Bowie di quegli anni.

 

Bando alle ciance, “Ziggy Stardust” è un disco epocale (è difficile negarlo), resta da capire perché. Dal punto di vista musicale, infatti, per quanto il livello qualitativo sia alto, non possiamo certo paragonarlo a "Diamond Dogs" o ad "Heroes", gemme assolute della discografia di Bowie. Le atmosfere sono sicuramente molto ben studiate, con questo senso di incertezza e di un malcelato malessere di fondo che percorre ogni traccia, dalle più drammatiche e toccanti come "Starman" e "Lady Stardust", alle più tirate e tipicamente glam-rock come "Star" e la title-track; anche la prestazione della band, ribattezzata per l’occasione The Spiders From Mars, dimostra grandi doti esecutive, con una menzione particolare per Mick Ronson ed i suoi assoli ricchi di pathos. I capolavori musicali di Bowie sono però altri, come già detto.

 

Per capire l’importanza di questo album dobbiamo per una volta lasciare in disparte l’aspetto musicale per concentrarci invece su quello di immagine: ecco quindi emergere il capolavoro di quel genio/pazzo che diventò poi il Duca Bianco. "Ziggy Stardust" è l’esempio supremo del suo eclettismo e della sua abilità creativa, nonché del suo acume nel capire prima e meglio di altri come creare personaggi di enorme impatto. La figura di questo rocker alieno e del suo mondo sull’orlo di una fine apocalittica influenzò violentemente la scena inglese di quegli anni, appassionando ed influenzando molto anche quella punk grazie soprattutto all’idea di decadenza e rifiuto della società .

 

Pubblicata il 12 Ottobre 2017

CREEDENCE CLEARWATER REVIVAL - "Pendulum"

"Have You Ever Seen The Rain"

 

"Molina"

John Fogerty è la guida incontrastata del gruppo, compone tutto lui, suona le chitarre principali l’organo ed i sassofoni, canta con naturale forza e calore, accompagnato dal fratello alla chitarra ritmica (mai al proscenio, in un ruolo di mero contributo al “riempimento” del panorama sonoro senza il minimo spunto personale) e da una onesta ma solida (specialmente per quanto riguarda la batteria) sezione ritmica. Voce strepitosa, mix sonoro ben riconoscibile e notevole acume compositivo fanno quindi la differenza ed in questo “Pendulum” vi si aggiungono una produzione pulita e compatta, un suono caldo e coinvolgente con una ripresa degli strumenti efficacissimo nella sua semplicità e naturalezza. La batteria ad esempio, colpita con potenza e semplice efficacia dal barbuto “Cosmo Clifford, risuona gagliarda in tutti i suoi componenti (perfino le meccaniche), mentre incredibile è la resa dell’organo Hammond, ripreso con una qualità tra le migliori che io conosca: Fogerty lo suona in maniera semplice ed essenziale, da chitarrista, ma il suo timbro inimitabile contribuisce a rendere sublimi le due ballate “It’s Just A Thought” e “(Whish i Could) Hideaway”, nelle quali anche la voce di John stesso supera se stessa. Insieme alle tracce più semplici e commerciali come la celeberrima “Have You Ever Seen The Rain” (superclassico evergreen se ce ne è uno, passaggio d’obbligo per strimpellatori alle prime armi e pianobaristi vari) ed i compatti rock’n’roll “Hey Tonight” (nel quale le voci armonizzate e potenti di Fogerty creano un vero muro di suono) e “Molina” (divertita dal sax e da un falso stop finale, con ripresa strumentale), trovano posto nell’album brani di più ampio respiro come l’iniziale “Pagan Baby”, nella quale John urla il titolo con una grinta ed una sonorità da far accapponare la pelle, accompagnandosi col caratteristico strumming metallico e brillante reso dalla chitarra Rickembacker. Vi è una lunga coda strumentale risolta con efficaci, semplici assoli di chitarra e da alcuni urlacci del cantante negli stacchi finali da fare invidia a James Brown. Altra notevole e abbondante composizione è il Rhythm & Blues “Born To Move”, arrangiato benissimo con un riff discendente che porta a strofe piene di funky, grande musica da ballare. Anche in questo caso vi è una coda strumentale, molto più tranquilla e piuttosto minimalista, inaugurata dal basso che resta solo per alcune battute e poi viene raggiunto dall’Hammond per una jam notturna e fumosa, alla Jimmy Smith se qualcuno lo avesse presente. Suoni grandiosi, calore e “anima” a profusione. La chiusura del disco, piuttosto anacronistica, è affidata ad uno strumentale progressive-psichedelico! “Rude Awakening # 2” esordisce con una progressione di chitarra per poi perdersi in nenie tastieristiche e nastri al contrario, nella migliore tradizione dei fumatori d’erba e consumatori di L.S.D., d’altronde ben presenti al tempo in zona.

 

Mai avuto dubbi che sia questo il lavoro migliore dei Creedence Clearwater Revival, anche se ciò mi mette in minoranza: a mio giudizio vi sono maggiore qualità di suono e varietà di ispirazione rispetto al passato e un efficace allargamento della strumentazione, uniti alla classica presenza di canzoncine irresistibili e impossibili da evitare. L’ultimo loro grande disco ed il migliore, prima della rapidissima decadenza col successivo “Mardì Gras” e il definitivo scioglimento del gruppo.

Pubblicata il 21 Settembre 2017

DIRE STRAITS - "Brothers In Arms"

"Money For Nothing"

 

"Brothers In Arms"

Prodotto da Mark Knopfler con l'assistenza dell'ingegnere del suono Neil Dorfsman, il cd mostra una miscela musicale Rock, con alcune sonorità tipiche degli anni ottanta e un taglio più marcatamente mainstream rispetto ai lavori trascorsi: il mercato americano ha esigenze ed imperativi da rispettare se si vuole recitare la parte del trionfatore. Troviamo molta eterogeneità nella scrittura e nella costruzione dei pezzi, cosa questa che può piacere a tanti ma che in definitiva dispone dei mezzi per far perdere la bussola ad altrettanti fans; in ogni caso il corpo musicale si sviluppa diramandosi dal Country Rock al Blues, dal Jazz al Rock più marcato sfilando tra influenze Folk e Cajun, senza dimenticare le tematiche impegnate trattate nei testi. Ben tre canzoni sono sfacciatamente antimilitariste, "Ride Across the River", "The Man's Too Strong" e "Brothers in Arms", composte in riferimento al conflitto delle Falkland e al fenomeno dei "Lords of War" che alimentavano, e purtroppo alimentano ancora oggi, conflitti ed eccidi per i propri sporchi interessi e scopi. I Dire Straits furono affiancati da rinomati turnisti quali Jack Sonni, Tony Levin, Michael Brecker, Randy Brecker e il jazzista Omar Hakim, che registrò quasi tutte le parti di batteria presenti nella versione definitiva. Knopfler offrì ospitalità a Sting per cantare come seconda voce in "Money for Nothing": il leader dei The Police venne poi accreditato anche come co-autore del brano, visto che per i cori venne adottata la linea melodica di "Don't Stand So Close to Me". Eccedente e improduttivo citare ed analizzare ogni singola canzone, "So Far Away" è un Rock ritmato e convincente, stupenda l’atmosfera sognante di "Your Latest Trick", dove il sax fa tremolare brividi sulla cervicale e la voce del leader innesca una reazione a catena emozionale stimolante. Sulla stessa falsariga colpisce la tenerezza acustica di "Why Worry?", ottime le linee e gli arrangiamenti di "Ride Across the River" e quella chitarra elettrizzante che va in solo con la tipica timbrica celeberrima di Mark. Persuasivo il Folk di "The Man's Too Strong" con saette elettriche rafforzative dei duri concetti espressi dal testo, e per terminare la grandiosa "Brothers in Arms", 6 minuti e 59 di entusiasmanti contenuti musicali con la sei corde che non può fare a meno di scavare dentro ad ogni individuo di razionale istinto, e scusate l’ossimoro.

 

"Brothers in Arms" ha un grande pregio: contribuì alla diffusione del nuovo formato (CD) tra il pubblico di tutto il mondo, rendendolo improvvisamente familiare. Nell'arco del biennio 1985-1986, la band fu impegnata in una mega tournée di 248 concerti sold out, durante la quale prese parte al Live Aid presso lo stadio di Wembley, a Londra, il 13 luglio 1985. Considerate questo disco come meglio credete, al suo interno ci sono grandi canzoni e altre decisamente meno, ma il capolavoro fulminante ed assoluto di "Making Movies" i Dire Straits non saranno mai più in grado di ripeterlo.

Pubblicata il 12 Settembre 2017

robin.reviews@hotmail.com

 

Insieme a voi dal

12 Ottobre 2016

by Robin Bagnolati