ROCK IN TIME - 4 Passi Nella Storia Del Rock

ROCK IN TIME

 

4 Passi Nella Storia Del Rock

A cura di Giovanni Ansaloni

di On The ROCK

BRUCE SPRINGSTEEN - "Born To Run"

"Born To Run"

 

"Thunder Road"

Sarà il gap generazionale, sarà che dipinge un mondo profondamente diverso da quello in cui viviamo oggi, sarà che il grido di fuga dalle regole ha ormai poco senso in una società che professa la fuga dal conformismo solo in apparenza, ma oggi uno dei grandi artisti più “dimenticati” della storia è niente meno che Bruce Springsteen, l'immortale Boss, autentica icona di un momento storico e di un intero paese. Quando, forse in maniera un po' sensazionalistica, parlo di “artista dimenticato” non mi riferisco ad un patrimonio musicale che riesce a permeare il muro del tempo che divide inevitabilmente la scena di oggi con quella degli anni 70: da questo punto di vista, ascoltando i suoi primi album è palese quanto le sue opere siano state influenti per la quasi totalità di tutto il rock che è venuto dopo di lui. E dov'è il problema, allora? Il problema non è tanto nella musica del Boss, quanto nel contesto da cui era scaturita: gli U.S.A. degli anni 70, quelli del “sogno americano”, la ricerca di una confortante realtà imprigionata in strette regole di comportamento e di etichetta che nascondeva spesso disagi profondi. Tutto questo viene sfatato dalla musica di Bruce, profeta della fuga e della ribellione, portavoce di una generazione di ragazzi (non solo americani, ma di tutto il mondo) che desiderava scappare dalla società perbenista e soffocante del loro tempo. Per quanto non si possa dire di aver compiuto molti passi avanti rispetto al passato, oggi la realtà è indubbiamente diversa, ed è forse per questo che rispetto a molti altri personaggi del suo stesso periodo storico, il nostro goda attualmente di un minore consenso da parte del pubblico più “giovane”, che lo considera forse ormai un “classico”, senza più coglierne il messaggio profondo.

 

Per fortuna si cresce e si imparano ad apprezzare lavori del calibro di questo “Born To Run”, indipendentemente da argomenti accessori come il genere o il contesto storico. Siamo di fronte forse al lavoro più importante del cantautore americano: arrivato nel 1975 alla terza uscita, il nostro riesce finalmente a centrare il grandissimo successo commerciale e a consacrarsi come autentica icona rock. Tutta la tracklist è piena di canzoni indimenticabili, ancora oggi amatissime dai fan e richieste a tutti i concerti del Boss. E' il caso, ad esempio, di pezzi leggendari come l'opener “Thunder Road”, uno di quei veri inni alla fuga dalla società e dal luogo di nascita in favore del successo e della libertà a cui accennavamo poco fa, e della title-track, forse la mia canzone preferita del nostro e una delle più celebri che egli abbia mai composto. Come dimenticare la particolarissima “Tenth Avenue Freeze-Out”, meno rock, forse, ma più spensierata e piacevolissima da ascoltare, dove il rocker dà prova di tutte le sue migliori doti vocali, o della più malinconica “Backstreets”. Ovunque si vada a parare, in questo platter non si possono che trovare grandi pezzi, e l'enorme lascito musicale di Springsteen, che solo un altro capolavoro come “Born In The U.S.A.” riuscirà quasi un decennio dopo a pareggiare.

 

Il rock disilluso e profondo del Boss è in grado di polverizzare in un secondo 30 anni di musica e ad inglobarli, facendoci vedere in maniera efficace come tutto è cominciato e da dove scaturisce la gran parte della musica che oggi possiamo ascoltare. La voce profonda e potente del Boss è un vero e proprio marchio di fabbrica, un'icona che ancora oggi, dopo quasi mezzo secolo, riesce a smuovere il cuore di milioni di fan in tutto il mondo. L’invito che quindi appare doveroso rivolgere a tutti è quello di riscoprire questo autore, il suo messaggio, la sua ispirazione reale, la sua capacità di lanciare messaggi dal valore universale, partendo dalla piccola realtà di provincia di cui è divenuto uno dei più grandi cantori.

 

 

Pubblicata il 31 Ottobre 2017

DAVID BOWIE - "The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars"

"Starman"

 

"Ziggy Stardust"

The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars”, spesso accorciato per comodità in “Ziggy Stardust”, è un concept album del 1972 della rockstar inglese David Bowie, prodotto da Ken Scott e dallo stesso Bowie presso i leggendari studi Trident di Londra. Il filo conduttore del disco è la storia di un personaggio molto rock’n’roll e molto Seventies chiamato, appunto, Ziggy Stardust, il quale è l’incarnazione umana di una sorta di alieno/profeta androgino impegnato nel tentativo di portare un messaggio di pace e speranza all’umanità. Come già accennato, Ziggy è l’icona del glam-rocker inglese degli anni settanta, distrutto dall’alcol e dalla droga, truccato ambiguamente e sessualmente promiscuo, nonché sostenitore, più di facciata estetica che di sostanza ideologica, della “dottrina” del “peace and love”; insomma, non è così lontano dalla verità chi vede in Ziggy un alter ego dello stesso Bowie di quegli anni.

 

Bando alle ciance, “Ziggy Stardust” è un disco epocale (è difficile negarlo), resta da capire perché. Dal punto di vista musicale, infatti, per quanto il livello qualitativo sia alto, non possiamo certo paragonarlo a "Diamond Dogs" o ad "Heroes", gemme assolute della discografia di Bowie. Le atmosfere sono sicuramente molto ben studiate, con questo senso di incertezza e di un malcelato malessere di fondo che percorre ogni traccia, dalle più drammatiche e toccanti come "Starman" e "Lady Stardust", alle più tirate e tipicamente glam-rock come "Star" e la title-track; anche la prestazione della band, ribattezzata per l’occasione The Spiders From Mars, dimostra grandi doti esecutive, con una menzione particolare per Mick Ronson ed i suoi assoli ricchi di pathos. I capolavori musicali di Bowie sono però altri, come già detto.

 

Per capire l’importanza di questo album dobbiamo per una volta lasciare in disparte l’aspetto musicale per concentrarci invece su quello di immagine: ecco quindi emergere il capolavoro di quel genio/pazzo che diventò poi il Duca Bianco. "Ziggy Stardust" è l’esempio supremo del suo eclettismo e della sua abilità creativa, nonché del suo acume nel capire prima e meglio di altri come creare personaggi di enorme impatto. La figura di questo rocker alieno e del suo mondo sull’orlo di una fine apocalittica influenzò violentemente la scena inglese di quegli anni, appassionando ed influenzando molto anche quella punk grazie soprattutto all’idea di decadenza e rifiuto della società .

 

Pubblicata il 12 Ottobre 2017

CREEDENCE CLEARWATER REVIVAL - "Pendulum"

"Have You Ever Seen The Rain"

 

"Molina"

John Fogerty è la guida incontrastata del gruppo, compone tutto lui, suona le chitarre principali l’organo ed i sassofoni, canta con naturale forza e calore, accompagnato dal fratello alla chitarra ritmica (mai al proscenio, in un ruolo di mero contributo al “riempimento” del panorama sonoro senza il minimo spunto personale) e da una onesta ma solida (specialmente per quanto riguarda la batteria) sezione ritmica. Voce strepitosa, mix sonoro ben riconoscibile e notevole acume compositivo fanno quindi la differenza ed in questo “Pendulum” vi si aggiungono una produzione pulita e compatta, un suono caldo e coinvolgente con una ripresa degli strumenti efficacissimo nella sua semplicità e naturalezza. La batteria ad esempio, colpita con potenza e semplice efficacia dal barbuto “Cosmo Clifford, risuona gagliarda in tutti i suoi componenti (perfino le meccaniche), mentre incredibile è la resa dell’organo Hammond, ripreso con una qualità tra le migliori che io conosca: Fogerty lo suona in maniera semplice ed essenziale, da chitarrista, ma il suo timbro inimitabile contribuisce a rendere sublimi le due ballate “It’s Just A Thought” e “(Whish i Could) Hideaway”, nelle quali anche la voce di John stesso supera se stessa. Insieme alle tracce più semplici e commerciali come la celeberrima “Have You Ever Seen The Rain” (superclassico evergreen se ce ne è uno, passaggio d’obbligo per strimpellatori alle prime armi e pianobaristi vari) ed i compatti rock’n’roll “Hey Tonight” (nel quale le voci armonizzate e potenti di Fogerty creano un vero muro di suono) e “Molina” (divertita dal sax e da un falso stop finale, con ripresa strumentale), trovano posto nell’album brani di più ampio respiro come l’iniziale “Pagan Baby”, nella quale John urla il titolo con una grinta ed una sonorità da far accapponare la pelle, accompagnandosi col caratteristico strumming metallico e brillante reso dalla chitarra Rickembacker. Vi è una lunga coda strumentale risolta con efficaci, semplici assoli di chitarra e da alcuni urlacci del cantante negli stacchi finali da fare invidia a James Brown. Altra notevole e abbondante composizione è il Rhythm & Blues “Born To Move”, arrangiato benissimo con un riff discendente che porta a strofe piene di funky, grande musica da ballare. Anche in questo caso vi è una coda strumentale, molto più tranquilla e piuttosto minimalista, inaugurata dal basso che resta solo per alcune battute e poi viene raggiunto dall’Hammond per una jam notturna e fumosa, alla Jimmy Smith se qualcuno lo avesse presente. Suoni grandiosi, calore e “anima” a profusione. La chiusura del disco, piuttosto anacronistica, è affidata ad uno strumentale progressive-psichedelico! “Rude Awakening # 2” esordisce con una progressione di chitarra per poi perdersi in nenie tastieristiche e nastri al contrario, nella migliore tradizione dei fumatori d’erba e consumatori di L.S.D., d’altronde ben presenti al tempo in zona.

 

Mai avuto dubbi che sia questo il lavoro migliore dei Creedence Clearwater Revival, anche se ciò mi mette in minoranza: a mio giudizio vi sono maggiore qualità di suono e varietà di ispirazione rispetto al passato e un efficace allargamento della strumentazione, uniti alla classica presenza di canzoncine irresistibili e impossibili da evitare. L’ultimo loro grande disco ed il migliore, prima della rapidissima decadenza col successivo “Mardì Gras” e il definitivo scioglimento del gruppo.

Pubblicata il 21 Settembre 2017

DIRE STRAITS - "Brothers In Arms"

"Money For Nothing"

 

"Brothers In Arms"

Prodotto da Mark Knopfler con l'assistenza dell'ingegnere del suono Neil Dorfsman, il cd mostra una miscela musicale Rock, con alcune sonorità tipiche degli anni ottanta e un taglio più marcatamente mainstream rispetto ai lavori trascorsi: il mercato americano ha esigenze ed imperativi da rispettare se si vuole recitare la parte del trionfatore. Troviamo molta eterogeneità nella scrittura e nella costruzione dei pezzi, cosa questa che può piacere a tanti ma che in definitiva dispone dei mezzi per far perdere la bussola ad altrettanti fans; in ogni caso il corpo musicale si sviluppa diramandosi dal Country Rock al Blues, dal Jazz al Rock più marcato sfilando tra influenze Folk e Cajun, senza dimenticare le tematiche impegnate trattate nei testi. Ben tre canzoni sono sfacciatamente antimilitariste, "Ride Across the River", "The Man's Too Strong" e "Brothers in Arms", composte in riferimento al conflitto delle Falkland e al fenomeno dei "Lords of War" che alimentavano, e purtroppo alimentano ancora oggi, conflitti ed eccidi per i propri sporchi interessi e scopi. I Dire Straits furono affiancati da rinomati turnisti quali Jack Sonni, Tony Levin, Michael Brecker, Randy Brecker e il jazzista Omar Hakim, che registrò quasi tutte le parti di batteria presenti nella versione definitiva. Knopfler offrì ospitalità a Sting per cantare come seconda voce in "Money for Nothing": il leader dei The Police venne poi accreditato anche come co-autore del brano, visto che per i cori venne adottata la linea melodica di "Don't Stand So Close to Me". Eccedente e improduttivo citare ed analizzare ogni singola canzone, "So Far Away" è un Rock ritmato e convincente, stupenda l’atmosfera sognante di "Your Latest Trick", dove il sax fa tremolare brividi sulla cervicale e la voce del leader innesca una reazione a catena emozionale stimolante. Sulla stessa falsariga colpisce la tenerezza acustica di "Why Worry?", ottime le linee e gli arrangiamenti di "Ride Across the River" e quella chitarra elettrizzante che va in solo con la tipica timbrica celeberrima di Mark. Persuasivo il Folk di "The Man's Too Strong" con saette elettriche rafforzative dei duri concetti espressi dal testo, e per terminare la grandiosa "Brothers in Arms", 6 minuti e 59 di entusiasmanti contenuti musicali con la sei corde che non può fare a meno di scavare dentro ad ogni individuo di razionale istinto, e scusate l’ossimoro.

 

"Brothers in Arms" ha un grande pregio: contribuì alla diffusione del nuovo formato (CD) tra il pubblico di tutto il mondo, rendendolo improvvisamente familiare. Nell'arco del biennio 1985-1986, la band fu impegnata in una mega tournée di 248 concerti sold out, durante la quale prese parte al Live Aid presso lo stadio di Wembley, a Londra, il 13 luglio 1985. Considerate questo disco come meglio credete, al suo interno ci sono grandi canzoni e altre decisamente meno, ma il capolavoro fulminante ed assoluto di "Making Movies" i Dire Straits non saranno mai più in grado di ripeterlo.

Pubblicata il 12 Settembre 2017

robin.reviews@hotmail.com

 

Insieme a voi dal

12 Ottobre 2016

by Robin Bagnolati