VEREOR NOX

VEREOR NOX

"NOLI RESPICERE"

A cura di Robin Bagnolati,

revisione di Giulia Fordiani

Nome ispirato da un videogioco e membri dalle provenienze più lontane, che possono unire tre dei quattro angoli dello Stivale: questa è una brevissima sintesi per definire i Vereor Nox, band Black Metal che unisce Veneto, Puglia e Liguria. Ora metteremo sotto la nostra lente d’ingrandimento il loro album “Noli Respicere”, un concept album basato sulle pene e le paure di alcune divinità provenienti da tutte le più importanti mitologie. L’album è corredato da un artwork e un booklet molto eleganti, con illustrazioni disegnate a mano dalla cantante e fondatrice Fenrir (Beatrice Traversin), che apre la lineup completata dal cofondatore della band Kronos (Gianluca Moreo) alla chitarra, Krampus (Francesco Chissalè) al basso, Seth (Edoardo Napoli) alle tastiere e batteria e Cernunnos (Lorenzo Telve) alla seconda chitarra.

 

Il disco viene aperto da “Ilmatar: The Weight of World”, dedicata alla divinità della mitologia finlandese: introduzione sinfonica molto tetra che apre all’ingresso in scena dello strumentale di genere, con batteria e basso che non risultano esasperanti e parti di chitarra dalle quali traspare una discreta cura per la melodia. Il growl di Fenrir è apprezzabile e ben amalgamato agli altri strumenti. Anche senza essere a conoscenza del testo, si può percepire chiaramente il senso di solitudine e disperazione, aumentando la qualità del lavoro. Dalla Finlandia passiamo al Giappone, con la creatura mitica protagonista del secondo brano, che a causa del suo essere senza volto impaurisce tutti e vive in solitudine. “Mujina: Sadness” parte anche lei con un tetro spezzone sinfonico, che viene poi sovrastato prima dalla batteria e poi dall’intero strumentale. La ritmica è un po’ più spinta ma non in maniera costante, infatti momenti di sfuriata si alternano ad altri molto più tranquilli. Anche la melodia non è percepibile sempre, passando dalle semplici schitarrate di accompagnamento ad altri più impostati, arrivando anche a momenti quasi puramente sinfonici, come testimonia il momento del pianto della protagonista. Dalla paura generata negli altri alla paura di essere spodestati dai propri figli: questo è ciò che ci collega alla terza canzone, dedicata al dio greco del tempo: “Kronos: Fear” (titolo che letto velocemente potrebbe sembrare anche un gioco di parole) non lascia spazio ad introduzioni leggere, partendo subito con grinta e instaurando un senso di inquietudine. Batteria e basso sfuriano come non avevamo ancora potuto ascoltare e lo fanno affiancando la melodia delle chitarre. Il cantato si fa sempre più convincente. Il brano non annoia, ma se proprio vogliamo trovare una pecca le chitarre risuonano un pelo troppo distorte, rendendo difficile in certi punti distinguerne il suono. Passiamo alla successiva “Fenrir: Liberation Through Sacrifice”: introduzione non velocissima ma tutta assolutamente elettrica, che ci apre la strada al brano. La ritmica di questa canzone non è esasperante, per quanto piuttosto martellante, e il growl non troppo dinamico, in tema con il resto delle parti. Questo brano risuona come un piccolo passo indietro rispetto a precedenti, a causa anche di un paio di momenti che risuonano leggermente confusionari. Passiamo ora ad una divinità che, scendendo negli inferi per trovare il marito, viene trasformata in cadavere: “Ishtar: Thoughness” si presenta con un’influenza Death Metal piuttosto ben udibile. Il brano è potente e non lascia molto respiro. Solo da metà canzone in poi l’atmosfera si calma un po’, evitando di far diventare monotono il pezzo. Anche qui la premiata ditta basso-batteria si impegna per sfornare un tappeto sonoro piuttosto valido, che attrae di più l’attenzione rispetto alla parte pseudo melodica delle chitarre. Alla sesta traccia troviamo il dio della guerra più conosciuto, il romano Marte. In “Mars: Rage” veniamo subito rimbalzati da un muro sonoro che apre ad un momento di cantato clean, con un riverbero che lo rende quasi liturgico. Entra in scena il growl di Fenrir e si ritorna in pieno Black Metal, salvo tornare di nuovo a momenti tranquilli. Le atmosfere sono altalenanti, creando un’alternanza che porta il brano ai livelli dei primi tre dopo una parentesi leggermente opaca. Il disonore è ciò che lega questa canzone alla prossima, ovvero “”Krampus: Self Love”: introduzione affidata alla ritmica, con una lenta melodia che si fa strada man mano che passano i secondi. Appena si entra nel vivo ci si ritrova davanti ad un brano completamente diverso dai precedenti, dove la violenza e l’oscurità del Black si fondono a momenti quasi Prog e riuscendo a stupire. La sezione ritmica sforna un tappeto sonoro incalzante, mentre le chitarre di sbizzarriscono tra schitarrate violente e momenti più tecnici. A tutto ciò aggiungiamo i momenti recitativi che intervallano il cantato nella prima metà ed otteniamo il miglior brano del disco. L’essenza quasi demoniaca di Krampus si collega all’aspetto della prossima divinità ed alla prossima canzone, intitolata “Cernunnos: Duality”: introduzione molto soft, quasi interamente acustica, che viene lentamente sovrastata dalle note elettriche delle chitarre, quasi a sottolineare la “doppia personalità” di Cernunnos, che mostra il suo volto benevolo nelle belle stagioni e quello più duro in autunno e inverno. Per il resto del brano continua l’alternanza tra momenti trascinanti ed altri relativamente più tranquilli, il tutto unito da un growl deciso e convincente. Molto suggestivo il periodo che ci accoglie poco prima dei quattro minuti e che ci accompagna verso un finale tutto da scoprire. La doppia identità di Cernunnos ci collega all’ultima canzone e ad una divinità che invece ha perso la sua nel corso dei secoli. “Seth: Identity” ci porta in un mondo arabeggiante grazie alle chitarre, mentre Fenrir recita alcune antiche parole. Fin qui tutto tranquillo… Ma ben presto si ritorna nel pianeta estremo, con sonorità più classiche e con meno influenze. Un brano diretto e senza troppi compromessi che chiude in maniera assolutamente degna l’album.

 

Un’opera prima: questo è “Noli Respicere”, niente di più… Un’opera prima di ottima fattura, dove nulla appare lasciato al caso, dove la registrazione non presenta pecche facilmente udibili e il concept non risulta affatto banale. Il Black Metal è un genere nel quale è molto facile passare dalla qualità alla mediocrità in un millisecondo, ma i Vereor Nox con questo album non corrono rischi.

 

 

 

 

VOTO

9/10

 

Pubblicata il 14 Luglio 2017

Insieme a voi dal

12 Ottobre 2016

robin.reviews@hotmail.com