THE VOICES

THE VOICES

"ONEIRIC ANTHEM"

A cura di Robin Bagnolati

Dopo l’ormai conclusa esperienza con i Secretpath, Paolo Ferrante decide di buttarsi a capofitto in qualcosa di nuovo, unico e forse tremendamente azzardato, un progetto che prende il nome di “The Voices”. Il moniker lascia già presagire cosa attende l’ascoltatore: brani interamente a cappella e ben 18 tra stili e timbriche vocali per questo lavoro Avant-Garde sperimentale. Il primo lavoro di The Voices pubblicato il 4 Novembre 2016, si intitola “Oneiric Anthem” ed è diviso in 2 parti, chiamate “Day” e “Night”. Quella che noi oggi analizzeremo è la versione che uscirà per Masked Dead Records il 16 gennaio 2017, che comprende entrambe le parti, racchiuse in un doppio mini CD in 25 copie, suddivise però in 15 normali e 10 in un elegante box set in legno fatto a mano contenente anche altre sorprese da scoprire. Ma ora spegniamo le luci e alziamo il volume, il viaggio comincia…

 

Day” inizia con “(Lost) My Mind”: già dai primi secondi si perde il conto del numero di voci presenti, che riescono a creare una buona armonizzazione. La voce principale è graffiata, ruvida, con una melodia lenta che un po’ contrasta con la base molto movimentata. Dopo la metà brano il cantato passa a tonalità più liriche, anche se non è proprio il top. Si passa a “Impossible Dream”, con una parte vocale di base più lenta, che riprende il cantato lirico del brano precedente, proponendo però anche un timbro quasi femminile. Molto apprezzabile nello “strumentale” è la sezione dei bassi, molto incisivi e ben resi, quasi a sembrare veri strumenti. Rispetto alla canzone precedente, che si chiudeva in maniera drastica, questa ha un finale più convenzionale e comprensibile. “Cosmoillogical Existence” inizia concentrandosi su tonalità molto basse e su una melodia ancora più lenta. Risulta molto difficile descrivere ciò che si sta ascoltando, salvo il fatto che tutte le voci presenti sono a cavallo tra il registro di basso e quello di baritono, cosa che fa sembrare il pezzo più cupo di quanto sia in realtà. Passiamo al brano più lungo della prima parte, ovvero “Distant, Unreachable”: il brano sembra continuare il precedente, solo con l’aggiunta di qualche voce più alta nella base. Per la prima volta viene usato il coro per il cantato, prima che un graffiato quasi growl si impadronisca della scena. In certi momenti li brano suona come liturgico, stranamente ci si riesce ad immaginarlo mentre risuona all’interno di una grande chiesa. Ai 3 minuti e 45 sembra di sentire un didjeridoo aborigeno. “Someone To Blame” chiude la prima parte di questo album: l’atmosfera è spettrale, il cantato principale suona come un duetto uomo-donna, anche se in certi punti è molto difficile percepire il testo. La melodia è molto azzeccata, ma le due vocalità tendono a essere troppo dissonanti tra di loro e il finale giunge inaspettato, un po’ troppo all’improvviso forse.

 

Passiamo alla seconda parte “Night”, quella con i titoli più particolari. Si inizia con l’incubo dell’unicorno, ovvero “The Unicorn Nightmare”: anche questa canzone inizia incentrata sui toni più bassi e lirici, sommando voci di base che riescono a rendere l’idea dell’incubo. Il cantato lirico in certi punti si tramuta nella timbrica del cantante confidenziale anni ‘50/’60. Oltre alla base di basso e baritono, un cantato in falsetto arpeggia, vivacizzando un po’ la canzone. Dopo questi 5 minuti arriva la canzone più breve, nonché title track, “Oneiric Anthem”: in partenza scorgiamo già una maggiore varietà nella base che funge da strumentale, mentre il cantato principale si fa sempre più particolare. Momenti onirici si alternano ad altri ben più decisi: una vera dimostrazione di versatilità da parte di Paolo Ferrante. Dopo il finale troncato di netto arriva “Lie”: il ritmo accelera leggermente, tutto risuona più dinamico. Il dinamismo però, unito alla scelta dei timbri vocali del canto principale, non aiuta la comprensione del testo, spesso davvero impossibile da capire. La penultima canzone ha un titolo che è un vero scioglilingua: “The Bare Unbearable Bearings of a Bear”. L’atmosfera di colpo ritorna lenta e cupa, cantato e armonia di base bassissimi, voci stridule in sottofondo creano momenti di smarrimento. A cavallo del minuto siamo di fronte al vero delirio, con Paolo che imita la voce di un bambino molto piccolo, prima di passare al verso dell’orso. Particolare il momento in cui il cantato fa tornare alla mente i Nanowar Of Steel, quando vogliono inserire a forza più parole di quante la metrica consenta. “Behold the Passing of Time”: qui sembra di ritrovarsi alle porte di un circo, preambolo di momenti ancora più particolari e tetri, raggiungendo le note più basse dell’intero lavoro. Purtroppo anche quest’ultima canzone si chiude con un finale troncato di netto.

 

Ascoltando questo lavoro la prima domanda che viene da porsi è sulla salute psicologica dell’autore, perché siamo a cavallo del sottile confine che sta tra genio e follia pura. La vera risposta però non è tra queste opzioni: quello di Paolo Ferrante si chiama coraggio, il coraggio di sperimentare e di proporre la propria musica fregandosene di tute le critiche, solo per divertirsi. “Oneiric Anthem” va ascoltato a mente aperta, senza preconcetti, per riuscire a cogliere le infinite sfaccettature di questo pseudo delirio. La versatilità vocale di Mister The Voices è innegabile, ma bisogna notare anche i difetti, come il cantato di “Lie” e, più in generale, quasi tutti i finali, troncati di netto come a dar l’impressione di smarrimento dello stesso Ferrante, come se non sapesse come arrivare a conclusione delle canzoni. Questo è l’album adatto per capire quanto la vostra voglia di novità può spingervi a sperimentare.

 

 

 

 

VOTO

6,5/10

 

Pubblicata l'11 Gennaio 2017

robin.reviews@hotmail.com

 

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