THE DARK SIDE OF VENUS

THE DARK SIDE OF VENUS

"POWER TO VICTIMS"

A cura di Robin Bagnolati

Ciao a tutti, oggi dedichiamo la nostra attenzione ad una band alternative rock nata nel 2010 a Roma, da un’idea della pianista Licia Missori, desiderosa di evadere dalla formazione classica per dare respiro ad un lato fino ad allora inespresso della sua creatività: sarà proprio questo bisogno ad ispirare il nome della band The Dirk Side Of Venus. I primi riscontri non tardano ad arrivare e portano la band ad aprire live importanti. Dopo un EP (2011), un singolo (2012) e l’uscita dal gruppo della cantante Ida Elena De Razza, finalmente nel dicembre 2016 viene pubblicato il full lenght autoprodotto “Power To Victims”. L’album gira attorno ad un tema molto intenso: la possibilità di ribaltare i rapporti di potere che ingabbiano l’essere umano, sia a livello sociale sia a livello psicologico. La lineup, oltre a Licia Missori ed alla nuova cantante Francesca Elayne Naccarelli, vede alle chitarre Alessandro Lopane, Yuri Colafigli al basso e il batterista Daniele Saulle.

 

Si parte con la breve suite d’apertura “Distance”, dal sapore classico e un po’ cupo. Dalla metà incontriamo sonorità più decise e Francesca che ci mostra le sue doti liriche, prima di un finale che riprende l’inizio, ma con 2 voci sovrapposte. Chiusa l’intro passiamo a “Everything Feels Fake”, con le tastiere che iniziano da protagoniste, prima di lasciare spazio ad uno strumentale piuttosto veloce e ritmato, con un cantato molto cadenzato. Il brano scorre veloce, non lascia respiro: due minuti e quaranta tutti d’un fiato! “I Don’t Give a Damn” inizia con una chitarra distorta che ci trasporta con il suo riff dal sentore vagamente blues. Il cantato viaggia a doppia voce su uno strumentale più vario rispetto alla canzone precedente. Il basso anche qui si sente chiaramente, anche sopra alle semplici linee di batteria. Qui troviamo il primo vero assolo di chitarra, molto virtuosismo e poca melodia. “I Am Never Alone” ci accoglie con la tastiera per pochi secondi e passa ad uno strumentale lento rispetto a quanto sentito prima. In questa canzone possiamo assistere alla fusione tra un cantato quasi ricercato e uno strumentale molto commerciale, assimilabile a una buona fetta di Pop trasmesso nelle nostre emittenti radiofoniche. Si passa a “Never Forget”, dove ad aprirci la strada sono tastiera e basso con una dolce melodia, prima che l’ingresso in scena della voce porti la canzone su onde decisamente più pop. Nello strumentale la melodia sparisce quasi totalmente, relegandolo a mero accompagnamento. Un brano come questo sembra più adatto ad una Lady Gaga piuttosto che ad un gruppo rock. “Sadistic Pervert” ci riporta indietro nel tempo grazie alla tastiera in puro stile elettronico. Diversi punti del brano ci fanno ricordare le sonorità dei Garbage, e la stessa Francesca non si distacca molto dallo stile della Manson qui. Lo strumentale non mostra chissà quale melodia, tastiera a parte, ma già la variazione degli accordi aiuta, e rispunta un solo di chitarra. Un bel brano rock, niente di trascendentale ma almeno la deriva pop sembra scongiurata. “Meant To Cross The Line”: qui ci accoglie qualcosa di insolito, che vi lascio scoprire per lasciarvi un po’ di sorpresa. La ritmica torna a farsi più pop, prima di un ritorno a chitarre distorte e una ritmica più aggressiva. Bello l’effetto della doppia voce, a dar profondità ad un cantato tendente principalmente alle alte tonalità. Emblematica la frase alla fine del ritornello. “Heal Me” chiude l’ipotetico Lato A del disco: melodia dolce, cantato a bocca chiusa che apre al vero cantato, dolcissimo, ma che lascia un paio di dubbi su un paio di note. Un vero e proprio lento che si smuove solo a tre quarti della canzone. Questo brano non stonerebbe nella colonna sonora di un film. “Dance Till The End Of The World” (da non confondere con “Party Like Tomorrow Is The End Of The World” degli Steel Panther, ndr) apre la seconda metà dell’album: percussioni tribali aprono il brano, la chitarra entra in scena distorta ma non violenta e il basso si unisce alle percussioni. Sembra di trovarsi al cospetto di un brano di Santana, dove la voce diventa uno strumento. Quando l’atmosfera cambia, cambia anche il genere e la canzone si sposta su sonorità più Hard Rock, con un sentore di Symphonic. Sicuramente fino ad ora questo risuona come il miglio brano del lavoro. Arriva ora l’unico brano con il titolo in italiano, ovvero “Aurora Del Sud”: bello il gioco a tre iniziale con chitarra, basso e tastiera,con la batteria che accompagna leggera. L’atmosfera è nettamente di tendenza jazz-fusion, dove la voce compare solo oltre la metà del brano e solo con vocalizzi. Una Perla. “He Walks Around” inizia in puro swing, il vecchio ritmo sincopato all’italiana. La canzone vive su due anime ben distinte, infatti oltre a quella swing ne troviamo una di puro Hard Rock. Grande risalto anche in questo brano viene dato allo strumentale, con stupendi momenti solisti di basso e chitarra. Un brano ben articolato e divertente. Arriviamo a “Slowly”, brano di due minuti e mezzo tutto voce e tastiera, con un’aggiunta di orchestrazione. Classica ballad da intermezzo in sede live, che però non convince troppo per la scelta dello stile di canto nelle parti più acute, quasi a stonare con l’atmosfera. Proseguiamo con “I Adore Your Blood”: qui si ritorna a pensare ai Garbage, con quel rock arricchito da sonorità elettroniche. Il cantato svaria parecchio dal sottovoce alle tonalità più alte. A parte la melodia intonata dalla tastiera, musicalmente ci si ritrova di nuovo ad un nuovo accompagnamento fine a se stesso. “In Flames” ci introduce nell’ultimo trittico di canzoni: intro di pianoforte, voce che si inserisce e confeziona un buon lento, con picchi di energia nel ritornello, dove però l’accostamento voce-base non convince a pieno, forse per colpa anche della voce registrata troppo alta. “Oh Claire!” parte con piglio decisamente diverso, con la particolarità che stavolta l’intro è affidata alla chitarra. La canzone gode di una certa energia e tutti gli strumenti partecipano alla melodia, con un tappeto sonoro del basso ben udibile. Dopo un periodo di appannamento, questa canzone riporta aria fresca alle orecchie, risultando un brano azzeccato. “The Enemy Inside” segna la conclusione del disco: pianoforte in partenza, giochino a doppia voce che si aggiunge… Siamo di fronte ad un nuovo lento, con il cantato che forza troppo verso le tonalità alte, che risuona come un mezzo passo falso in chiusura.

 

Power To Victims” è un disco che vive di alti e bassi, dove si passa da momenti veramente di ottimo livello (“Dance Till The End Of The World”, “Aurora Del Sud”, “He Walks Around” e “Oh Claire!”) ad altri che affossano il lavoro, dove si arriva in certi casi a sforare nel Pop. Un’altra pecca possiamo trovarla della registrazione della voce, decisamente più alta rispetto al resto della band, con un volume che nei punti più alti tende quasi a dar fastidio, mentre le canzoni corte permettono una miglior scorrevolezza del disco. La band dimostra comunque di avere qualità, ma deve fare ancora qualche gradino, perché questo lavoro non convince del tutto.

 

 

 

 

 

VOTO

6,5/10

 

Pubblicata il 15 Febbraio 2017

robin.reviews@hotmail.com

 

Insieme a voi dal

12 Ottobre 2016

by Robin Bagnolati