PEAK

PEAK

"INTO YOUR VEINS"

A cura di Robin Bagnolati

Simone Careglio (voce e chitarra), Enrico “Inri” Lo Brutto (chitarra), Emanuel Tschopp (basso), Roberto Cadoni (batteria): sono i 4 musicisti torinesi che, nel settembre 2015, hanno dato vita al progetto PEAK. Provenienti da panorami musicali diversi, dal jazz al metal, i 4 si buttano alla ricerca di un suono nuovo, fondendo le loro influenze ed esperienze. L’intesa è immediata, infatti nel giro di meno di un anno vede la luce il loro primo full-lenght “Into Your Veins”, un album Alternative Post-Rock con svariate influenze e curato da loro in ogni passaggio. L’artwork che accompagna il disco è molto evocativo: diviso in due parti che rappresentano la città e la prigionia dell’uomo da una e la libertà della natura dall’altra.

 

L’album inizia con “Siren's Silly Prayer”: il brano parte con una ritmica quasi funky e chitarre lente. Entra in scena il cantato di Simone, pulito e dal timbro caldo. Nel ritornello si alzano i ritmi, i suoni sono più violenti e la voce si fa graffiata. La batteria cambia spesso la propria metrica e il basso la segue alla perfezione. Bella la strada che ci avvicina al finale, carica di energia ma senza esagerazioni. Si procede con la title track “Into Your Veins”, dove le chitarre sono le protagoniste fino all’entrata della voce, sempre bassa e calda. La ritmica è più blanda rispetto al brano precedente. Il cantato risulta più partecipe al brano, c’è maggior pathos, mentre la parte musicale si basa su semplici accordi, senza una vera melodia di base: solo ogni tanto una delle chitarre si stacca in brevi assoli. Ai 3 minuti e mezzo tutto cambia: la batteria cambia ritmo, tutto si fa più veloce e spunta in lontananza un growl inaspettato. La scarica energica dura un minuto, lasciando posto ad un finale altalenante, dove il cantato risulta forse un po’ troppo sofferente. La terza canzone è “Dark Hour”: l’inizio lascia presagire un rock tutt’altro che smorto, e così è. Lo strumentale procede su ritmi piacevoli, ma la voce risulta registrata in maniera non adeguata, assolutamente troppo bassa e a fatica si distinguono le parole. Le premesse iniziali però vengono disilluse, perché il brano non subisce “scossoni” o cambi di ritmo: a parte uno stacco, procede per tutta la durata con lo stesso andazzo. “A Life In a Breath” è la quarta traccia inizia con la batteria protagonista, prima di lasciare il ruolo alle chitarre. Il cantato è di nuovo in regola, con una giusta regolazione del volume. L’atmosfera che si respira è più pesante, più cupa, ma assistiamo comunque a quelle pur piccole variazioni che mancavano nel brano precedente, rendendo questo meno monotono e più godibile. Veramente buono il breve solo di chitarra nel finale. Facciamo un nuovo passo ed eccoci a “Fox 2: Anthem for a Doomed Youth”, un brano dal rock più vivo, dalla melodia ariosa ma che presenta nuovamente il difetto del volume della voce. A questo punto non è chiaro se sia un vero errore o una scelta, ma di certo non giova alle canzoni. Bella la campionatura che si incontra in un paio di punti dell’annunciatore radiofonico. Questa canzone tocca corde non ancora mosse dai brani precedenti e risulta azzeccato a metà disco. Il sesto brano è “Waiting Over”, dove iniziano basso e chitarra molto vibrati, quasi a intermittenza, e il cantato accompagna il leggero crescendo della base. Non ci fossero gli strumenti elettrici sembrerebbe di ascoltare un brano in acustico, dove le percussioni sono relegate tra il pubblico. Con i suoi 3 minuti e 20 di durata, questa sembra quasi una canzone di transizione, ma è ben strutturata. “White Stone” è il settimo brano: questa canzone parte diversamente da tutte le altre, cioè con la voce prima degli strumenti. Siamo davanti ad un brano pop-rock molto radiofonico, dove nessun strumento suona sopra le righe. Dopo i 2 minuti la svolta, con i toni che si alzano e diventano più ruvidi. Sicuramente questo è il brano più adatto per le esibizioni live, con una struttura che permette le classiche variazioni e il prolungamento a piacimento delle melodie strumentali, solo di chitarra compreso. Ottavo brano e ultimo ufficiale è “The Mole” (non poteva mancare un richiamo alla città natia della band): intro più deciso, sonorità più rocciose che lasciano presto spazio ad una strofa più soft ma dal cantato piuttosto sentito. Ci sono variazioni passando da strofa a ritornello, ma il grosso cambia a 3 minuti, dove si entra in tutt’altra atmosfera per alcuni secondi, prima di una ripresa più energica della melodia del ritornello. Ho detto ultima traccia ufficiale perché è presente anche una nona, ma si tratta della versione acustica del brano che ha aperto l’album: la canzone rende bene anche in questa versione e ne esce con un impatto quasi rafforzato.

 

Ai PEAK non mancano certo le idee, l’album infatti risulta abbastanza vario e dal facile ascolto,però presenta alcune pecche non del tutto trascurabili: in “Dark Hour” e nella quinta canzone la voce risulta registrata in modo non ottimale e, che si tratti di errore di registrazione (la band ha curato anche questo aspetto) o di scelta stilistica, i due brani non hanno la forza di prendere il volo. “Dark Hour”, oltretutto, risulta essere il brano meno ispirato del disco, nonostante una partenza promettente. Il quartetto torinese è sulla strada giusta, l’importante è che non sprechi le buone idee che si sono già intraviste. Nel 2017 è prevista l’uscita di un nuovo album, attendiamo il risultato.

 

 

 

 

VOTO

7/10

 

Pubblicata il 5 Dicembre 2016

Insieme a voi dal

12 Ottobre 2016

robin.reviews@hotmail.com