ONIRICIDE

ONIRICIDE

"REVENGE OF SOULS"

A cura di Robin Bagnolati

Ciao a tutti. Oggi parliamo di un progetto che poggia le proprie fondamenta nel 2011 quando, da un’idea dei piemontesi Andrea e Daniele Pelliccioni (chitarrista il primo, batterista e tastierista il secondo), nascono gli Agony Oniricide con l’intento di non doversi legare ad una definita etichetta di genere. Man mano che i brani venivano composti, però, gli altri membri della formazione originale iniziano a defilarsi. Nel 2013 entra in organico la cantante Mara “Cek” Cecconato, che partecipa attivamente alla stesura di testi e melodie vocali. Quando, nel 2014, entra nella lineup anche il bassista Luca “Liuk” Abate si può finalmente iniziare a pensare alle registrazioni, che vedono il loro inizio nel 2015, non prima però di aver tolto dal nome lo “sfortunato” Agony e diventando ufficialmente gli Oniricide. Il disco che esamineremo oggi è il loro primo full-lenght “Revenge Of Souls”, lavoro autoprodotto pubblicato nel Febbraio 2016. Il disco si presenta con un artwork molto suggestivo, basato sulle sfumature del verde e del nero.

 

Ma ora dedichiamoci alla parte musicale di questo album con la prima canzone “Oneiros”: già dai primi secondi notiamo una certa attenzione alle orchestrazioni. Siamo davanti ad un’introduzione puramente classica che ci apre la strada per il brano successivo, la title track “Revenge Of Souls”: le sonorità si fanno ben più potenti, quasi Power, e il cantato fa breccia nelle nostre orecchie con un buon clean leggermente effettato, per dare un leggero effetto di doppia voce. Veramente piacevole il suono di oboe che si sente in sottofondo, ad accentuare il tocco classico del brano. La voce di Mara è calda, confortante, e non denota incertezze di intonazione, cosa che invece accade in diverse occasioni con altre band che abbinano al cantato normale delle melodie da cantato lirico. “Revenge Of Soul” è un brano strutturato davvero bene. Confortati da quanto appena ascoltato passiamo alla terza traccia, “Noxy”: l’inizio è energico, senza perdere di vista la melodia classica in sottofondo, forse però troppo elettronica. Il cantato punta a tonalità più alte, favorendo l’idea di energia che il brano trasmette, ed è sorretto da una ritmica incessante. Bello il solo di chitarra, adeguatamente posizionato in un momento di calma della canzone, e il finale quasi acustico, a donare un ulteriore tocco di classe. “Vision From The Mirror” è il quarto pezzo del disco e trae ispirazione dal famosissimo “Ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde: l’introduzione è solamente da ascoltare, vi lascio la piacevole sorpresa. Anche questo brano vive sul contrasto tra dolcezza sinfonica ed energia del metal, ma qui la band riesce a toccare corde diverse, con una parte melodica non scontata e il cantato che si fonde a perfezione. Questo brano non presenta un vero e proprio assolo di chitarra, se non un momento in chi la ritmica viene accentuata sopra alla melodia classica. Passiamo a “Gipsy And The Cards” e l’atmosfera cambia drasticamente: suoni dolci ci accolgono, una melodia entra e lascia spazio all’energia della canzone, più dinamica rispetto alla precedente. Cek si concede alcumi momenti di vaga teatralità nella strofa e il brano ne giova. Fin’ora questo è il brano più d’interpretazione del disco ed il fascino ne guadagna. Con il finale del brano, però, troviamo la prima vera pecca: sembra quasi indeciso, come se non ci fossero idee precise su come concludere. “A Good Place To Die” segna l’inizio della seconda metà di questo album: ci accoglie una chitarra con un forte riverbero, quasi a ricordare sonorità da Atmospheric Black, per poi tornare alla melodia sinfonica in sottofondo. Purtroppo stona l’effetto della doppia voce, creando un po’ di dissonanza non troppo piacevole. La struttura da ballad dell’inizio prende sempre più forza, arrivando fino alla forza del puro Power. Il cantato è anche qui molto interpretato per donare maggiore enfasi alla canzone e il finale è strutturato molto meglio rispetto alla traccia precedente. Con “The Illusion Of The Abyss” ci imbattiamo in una bella introduzione tastiere-voce molto melodica. Il tutto è più “leggero” e melodico, più tendente ad una ballad rock piuttosto che a metal vero e proprio: un pezzo di transizione, data anche la scarsa durata, ben strutturato. Dopo questo intermezzo arriviamo alla traccia numero 8, ovvero “The Beast”: inizio esclusivamente sinfonico dalla melodia quasi struggente, con il metal che parte dopo circa un minuto fondendosi con la melodia precedente. Anche “The Beast” è un brano molto dinamico, che non lascia spazio alla noia: a livello emotivo questo può essere considerato il miglio brano del disco. Dopo il quarto minuto si torna al sinfonico, con la chitarra e basso che si uniscono alla melodia e la batteria che sorregge il tutto. Bello il solo di chitarra che porta ad un finale semplice ed essenziale. “Mother Of Pain” ci indica la strada verso la conclusione di questo lavoro schiacciando il pedale al massimo e regalandoci un metal energico e nettamente più pesante: tutti i suoni godono di una decisione nettamente maggiore, da headbanging obbligatorio, che donano energia anche ai momenti più melodici. Il riff di chitarra principale riporta alla mente melodie vagamente mediorientali e il basso crea un tappeto sonoro di spessore. Di sicuro questo brano è quello con maggior presa sul pubblico in sede live. L’ultima canzone è “Becoming A Different Man” e ci accoglie a suon di archi e oboe fino all’ingresso della cupa melodia delle tastiere. Il cantato è enfatizzato da un leggero effetto eco e un coro si dedica alla risposta, prima che il Power Metal prenda possesso della scena. Ad impreziosire il brano è la presenza del coro in un paio di punti e di alcuni spezzoni con leggere influenze folk.

 

Siamo alle conclusioni e, non giriamoci attorno, siamo di fronte ad un primo full-lenght di pregevole fattura: le orchestrazioni sono uno dei punti di forza principali di questo album, sempre incisive ed azzeccate e ben incastonate nelle sonorità Heavy/Power. Anche il cantato rende parecchio e i momenti di maggior teatralità donano un tocco di classe in più. Ci sono solo un paio di piccolissime pecche che però non pregiudicano la qualità complessiva di questo disco, registrato piuttosto bene. Se la band riuscirà a confermarsi su questo livello potrà ambire a palcoscenici sempre più importanti.

 

 

 

 

 

VOTO

8,5/10

 

Pubblicata il 6 Novembre 2016

Insieme a voi dal

12 Ottobre 2016

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