NIGHTRAID - ''Indians''

NIGHTRAID

"INDIANS"

A cura di Robin Bagnolati,

revisione di Giulia Fordiani

I Nightraid nascono negli ultimi mesi del 2013 in quel di Terni da un’idea del cantante Andrea Cocciglio, spinto dalla voglia di cimentarsi son Hard Rock e Hard’n’Heavy dopo anni di Thrash Death Metal. Dopo un periodo passato a suonare cover di AC/DC, Ozzy Osbourne, Motorhead e Pino Scotto (ispiratore del loro cantare in italiano), la band nel 2014 pubblica la prima demo di 4 tracce. Della formazione originaria ora rimangono solo Andrea (voce) e Alessandro Assogna (chitarra ritmica), mentre il resto della lineup è attualmente formata da Andrea Assogna (chitarra solista), Leonardo Paluzzi (basso) e Andrea Frabotta alla batteria. Con questa formazione nel Dicembre 2016 la band entra in studio di registrazione per creare il suo primo album “Indians”, totalmente cantato in italiano, che nel Giugno del 2017 è uscito per LM Records e distribuito da I.R.D.. L’album è accompagnato da un artwork nel quale domina il colore dei deserti americani con in primo piano il ritratto di un capo indiano (dall’espressione alquanto dubbiosa, aggiungerei), opera di Federica Rouge. Ma ora bando alle ciance, abbiamo nove canzoni che ci aspettano!

 

L’opener è “Standby”, una canzone di critica alla nuova schiavitù legata alla modernità a tutti i costi e al conseguente “degrado” mentale: introduzione di chitarra ad effetto e il cantato si inserisce alla perfezione, grazie ad una registrazione cristallina. Il brano è molto ritmico ma allo stesso tempo molto facile da seguire. Godibile e trascinante. Si passa poi a “Sinergie”, dove il soggetto del titolo è riferito alle emozioni umane: introduzione blues di chitarra che apre all’ingresso della sezione ritmica. La chitarra di Andrea Assogna danza sulle note che è una bellezza. Quando il cantato inizia viene immediato un paragone: con un arrangiamento più soft questa canzone sarebbe perfette per Zucchero Fornaciari. Paragoni a parte, il brano gode di una buona spinta e scorre liscio fino alla fine. La terza canzone è “Bombe a Gaza” e già il titolo lascia prevedere un testo piuttosto serio e di protesta. Un missile in caduta e la sua esplosione ci aprono la scena. Per quanto si tratti di Hard Rock, la musica riesce a trasmettere un po’ di quella tristezza che lascia anche il testo, un sentimento dovuto alla situazione in Palestina. Ma torniamo al punto di vista strettamente musicale, con un cantato che si presenta più carico di pathos e rabbia. Purtroppo però questo brano può anche essere visto come un punto di down del disco. Arriviamo a “Indians”, incentrata sul rapporto malsano dell’uomo con la Natura e la speranza in un ritorno all’armonia. Ovviamente, ad accoglierci sono canti dei Nativi Americani, che lasciano strada ad una lenta melodia, dove una chitarra acustica si unisce alla solista, distorta e dal forte riverbero. La ritmica è affidata principalmente al basso, con la batteria che appare sporadicamente, mentre il testo viene inizialmente recitato. L’atmosfera cambia a metà brano, in corrispondenza del momento della speranza del testo: il cantato sentito e graffiato e la vena rock esce prepotentemente allo scoperto. Ora , esattamente a metà album, arriva un classico, ovvero il brano che porta lo stesso nome della band: “Nightraid” si apre con la chitarra sola in puro stile Rock/Blues. L’influenza Blues qui è più forte rispetto ai brani precedenti, cosa che rende il brano assolutamente trascinante. Poco da dire e tanto da ascoltare. Passando a “Overcast” arriviamo ad un testo che comprende un ritornello cantato in lingua inglese, un testo che purtroppo ammetto di non essere riuscito a comprendere a pieno. L’intro attira, peccato che si ripeta per tutta la prima parte, sostenendo un cantato che metricamente non prende. L’unica parte veramente convincente del brano risulta essere lo spezzone che segue il primo ritornello. Siamo giunti alla settima traccia, la cover di “Dio Del Blues”, brano di Pino Scotto datato 1992: brano reinterpretato in maniera egregia, senza stravolgere l’originale. “Misteri” è il penultimo brano, che come tematiche si ricollega alla title track. La chitarra ci introduce ad un Rock scatenato, in cui non si sentono elementi fuori posto, forse solo i cori nel ritornello non sembrano centratissimi. Davvero godibile il solo di chitarra dopo il terzo minuto, che tocca anche una durata non ancora vista in precedenza. “Zasko” chiude l’album: il testo, presumibilmente dedicato ad un lupo, si unisce ad uno strumentale con la batteria che suona più pesante rispetto a tutto il resto del disco. Il brano gode di una buona ispirazione, grazie anche ad una piccola apertura ritmica al passato del cantante.

 

Il disco scorre piuttosto bene nonostante un paio di momenti non esaltanti. La cover di Pino Scotto è resa davvero bene e le quattro canzoni presenti sulla prima demo sono state leggermente migliorate (“Standby”, “Indians”, “Nightraid” e “Misteri”), e il tutto è corredato da una buona registrazione. Unico appunto, se proprio vogliamo essere pignoli, possiamo farlo al cantato, ma non alla timbro o alla qualità quanto al fatto che raramente si spinge al di fuori di un certo schema metrico predefinito. Di sicuro i Nightraid avranno molte altre buone frecce al loro arco!

 

 

 

 

VOTO

7/10

 

Pubblicata il 12 Agosto 2017

Insieme a voi dal

12 Ottobre 2016

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