MUON - ''Gobi Domog'' (Steel on Fire - Metal Webzine)
TITOLO

A cura di Ivo Palummieri

Tempi importanti, per i nati sotto il segno del Pachiderma. Si risvegliano giganti come Sleep, Candlemass e Saint Vitus (per dirne giusto due/tre), e saranno almeno tre/quattro anni che gente come gli Electric Wizard o gli Yob sembrano stare in tour fisso senza toccare terra. In grandi e piccoli festival si assiste sempre più spesso a scariche di basse frequenze e fuzz apocalittici. E intanto crescono per numero e dimensioni pure gli eventi interamente rivolti ai suoni più lenti e pesanti concepibili. Non stupisce allora che certe mostruosità sonore si propaghino un po' ovunque, in epoca come questa, ma senza campanilismo dobbiamo aggiungere che nel nostro sottosuolo possiamo davvero vantare roba grossa.


Ora, va anche detto che Jacopo e Pietro hanno cominciato già in tempi non sospetti. Era ancora il 2004 quando iniziano quella "manipolazione delle frequenze" (cit.) che prenderà il nome di MUON. Servirà ancora tempo, fino al 2016, perché i due chitarristi incontrino gli elementi che completeranno la line-up. Con Luigi al basso, Luca alla voce e Max alla batteria, registrano quattro tracce e le pubblicano nella demo "Pilgrimage to Etidorhpa". Riviste e riedite sotto Karma Conspiracy Records, vedono finalmente la luce in LP nel 2018, col nuovo titolo "Gobi Domog".


In linea sommaria, il prodotto del combo veneziano lo si può chiamare stoner doom. Uno stile americano nel riffing, più europeo invece nei suoni, diciamo. Se il più delle volte una definizione sintetica può già bastare, in casi come questo sta veramente troppo stretta. Non dico questo solo perché in “Gobi Domog” trovano spazio innesti di sludge e accelerazioni "heavy'n'roll"; è che proprio dalla Porta d'Oriente i MUON richiamano vibrazioni da terre "altre", esotiche e misteriche.


A parte l'intro, una voce di bambina su note di shakuhachi presumibilmente pescata da qualche film che non riconosco, inquietante nel suo candore ma di cui non trovo nesso con il resto, i MUON ci danno subito prova di enormi qualità. "Neverborn" è un esempio clamoroso di commorienza sonora, tutto quel che abbiamo detto appena sopra si trova già qui. La prova di iniziazione è uno sludge in pieno volto. Per ogni "you" sputato a capoverso da Luca, puoi sentire un oggetto pesante che fende l’aria. Non sai bene chi sia il bersaglio, speri solo di non essere proprio tu. Due minuti di corpo a corpo sono sufficienti, così è stabilito. Poi si viene trasportati via, in transoceanica istantanea. Dalla Louisiana si arriva al Mar Rosso, al Golfo Persico e poi ancora più a Est, attraverso le sabbie. Nella rivelazione di Jacopo e Pietro, la gran parte del prodigio sta nel modo tanto semplice in cui avviene. Uno spostamento di un semitono, e già ci troviamo in processione. Verso una nuova città senza nome. In bad trip. Siamo nel mezzo di uno dei momenti più alti di tutto il disco. Il simil-overtone di Luca è un rantolo che sale dalle profondità terrestri e sovrasta le dune. Un segno che la destinazione è vicina. "The Second Great Flood" in un certo senso mantiene coerenza con la precedente. Pur passando dalle sabbie desertiche alle sabbie mobili, diciamo che ne preserva il taglio, che direi "cinematografico". Litanie, invocazioni, toni quasi salmodici, e lunghi e ipnotici passaggi sul ciglio di una palude. Se chiedi acqua ottieni fango. E ancora, un finale i cui giochi di pitch richiamano inquietudini dal cosmo, celebrate qui sulla Terra all'altare costruito sulla batteria di Max. Certo, ci sono le dovute differenze. Di ambientazione, come dicevamo, ma anche nella voce, che qui comincia ad accennare tonalità più alte e mostrare segni di debolezza, anticipazione di quel che arriva dopo. Le quattro tracce (sempre intro a parte) si dividono come in due capitoli ben distinti. Se le prime due tracce sono più singolari, visionarie e allucinate, le due che seguono si riavvicinano a territori ben più consueti. "Stairway To Nowhere" ha un inizio piuttosto vicino agli Sleep e chiude con un groove sul quale, senza fare apposta, mi sono sorpreso mentalmente a cantare "nuclear warheads ready to strike. This world is so fucked, let's end it tonite". Può capitare, eh! D'altronde "Funeralopolis" è praticamente uno standard. Sta al doom come, che so, "Boom Boom" di J. L. Hooker sta al blues. Non dico sia facile caderci, dico proprio che è arduo da evitare, e se avete dubbi chiedete pure ai Cough. Un discorso simile vale anche per la prima parte di "The Call Of Gobi". Partenza figa ma "di scuola". Poi lo so: sono di quelle cose che puoi sentire e risentire senza stancarti, ma non sto parlando di questo. Anche nella voce, nella prima metà del disco Luca è perfettamente a suo agio, mentre qui sembra sforzarsi di raggiungere note originariamente non destinate a lui. È chiaro che nei registri più bassi ci goda di più, direi che proseguendo in quel senso in futuro vinceremmo tutti. Poco più avanti arriva un'accelerazione sfacciatamente motorheadiana. L'intenzione l’ho trovata ottima, ma un po’ impersonale. Si torna presto e per fortuna nel mood iniziale, fino alla chiusura, di nuovo in tono ieratico. Pur apprezzando i propositi di alternare momenti di trance e di furia, è fuori discussione che nella "contemplazione del Fungo" raggiungano traguardi lontani, mentre quando la situazione inizia a movimentarsi sembrano dover trovare ancora delle soluzioni tutte loro.


Un esordio dal carattere bipolare, nel quale ho la sensazione che i MUON abbiano riversato un po' tutto il materiale pensato e scritto dall'inizio a oggi, senza scartare più di tanto. Il che mi fa temere che possa volerci ancora molto tempo, prima di ritrovarli col prossimo disco. Spero non sia così, perché qui hanno dimostrato doti non comuni, e ne vorrei ancora. Per chiudere in breve: i tempi sono propizi e la creatura dei MUON si agita nel sottosuolo. Innalzate i vostri bong in segno di saluto, con l'augurio di vederli presto emergere come meritano.



TRACKLIST

1. Intro (I Feel Doomed)

2. Neverborn

3. The Second Great Flood

4. Stairway To Nowhere

5. The Call Of Gobi



VOTO

7/10


CD

"The Second Great Flood"

Pubblicata il 5 Luglio 2019

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