MARCO GERMANI

MARCO GERMANI

"n.d.e."

A cura di Robin Bagnolati

Nato nel 1975, Marco Germani è un chitarrista di rilievo nel panorama italiano. Originario di Vigevano, Germani ha fondato la After Life Music Dimension, un centro musicale polifunzionale che è anche un’etichetta discografica indipendente. Già membro di diverse band, dei generi più disparati, Marco si cimenta a produrre anche dischi solisti e oggi dedicheremo la nostra attenzione al suo secondo album: “n.d.e.”, acronimo che sta per Near Death Experience, la famosa esperienza pre-morte. Le dodici tracce del disco spaziano tra rock, industrial ed elettronica, strizzando l’occhio al metal, e vogliono rappresentare una sorta di viaggio metaforico non solo nella già citata esperienza pre-morte, ma anche all’interno di se stessi. L’album, pubblicato nel settembre 2016, vede la partecipazione anche di diversi artisti appartenenti all’orbita di After Life Music Dimension.

 

Si parte con “Welcome To After Life”, che ci accoglie con effetti elettronici molto suggestivi, con un sottofondo simile ad un disturbo della linea. Il cantato è in una lingua molto particolare, presumibilmente ebraico, e ricorda il canto gregoriano. Quando entra in scena un hang drum siamo all’inizio della parte più viva del brano, con un cantato lirico e sonorità che ricordano le atmosfere Chill Out. Il secondo brano è “Too Bad To Be True” e inizia con suoni assolutamente inquietanti. Quando parte il cantato capiamo anche il motivo dell’angoscia creata dallo strumentale: ci troviamo di fronte all’inizio del viaggio, all’incredulità di chi si trova al di là. Sonorità metal si fondono a momenti di elettronica quasi esasperata. Nella parte finale troviamo un periodo molto cinematografico. “Disguised Sleep” si apre con un’atmosfera quasi horror metal, passando ad un rock aggressivo, accentuato dal cantato di una grintosa voce femminile (Alessandra Balliana). Niente grossi scossoni in questo brano, che scorre liscio fino alla conclusione. Passiamo ora a “Megaera” e l’atmosfera si rifà inquietante, grazie ad uno strumentale ben studiato e un cantato adattissimo ad un film horror. L’elettronica non manca neanche in questa canzone, donando quel punto di vario al brano, che altrimenti rischierebbe di scadere un po’ nel monotono. Arriva “Black World” con le sue sonorità più ruvide, dove la chitarra di Marco si fa più distorta, ma con un riff semplice e trascinante. La ritmica è quasi tribale e il cantato contribuisce a ritrovarsi in una sorta di trance. Verso i 3 minuti l’atmosfera subisce un brusco cambiamento, prima di tornare ad alta tensione per il finale. Ottima la prova della cantante Viviana Iannone. Arriviamo nella zona centrale dell’album con “Stupid Bitch”, dove ci accolgono le note scordate di una tastiera, prima che la canzone raggiunga sonorità che ricordano un po’ Marylin Manson, anche se a cantare qui è una donna. La ritmica risuona constante, mentre le atmosfere variano da momenti di rock oscuro ad altri molto più riflessivi. Unica nota dolente del brano è la risata finale, che ricorda più un’imitazione di Raffaella Carrà piuttosto che una risata da brivido. Superiamo la boa ed eccoci al settimo brano, intitolato “Facin’ Death”: effetti elettronici all’inizio, che si fa leggermente da parte per lasciare posto finalmente a momenti di chitarra solista, che si intervallano al cantato in stile rap. La somma di tutto porta ad un brano che in certe discoteche non sfigurerebbe affatto. “Disturbing Awareness” inizia con una melodia ripetuta di tastiera sorretta da un ritmo lento e saltuario delle percussioni. Possiamo dire che si tratta di un brano musicalmente molto riflessivo, quasi ambient, con un testo parlato tratto da un antico inno Egizio e riportato fedelmente, senza tradurre. Il brano successivo ha un titolo stranissimo: “Sakvu La Lumon”. Il brano è quasi totalmente elettronica e il cantato non è decifrabile nella prima parte, per poi passare ad una parte recitata in cui si declama uno spezzone dal secondo canto dell’inferno di Dante. Il ritorno all’elettronica poi è solo un intermezzo che ci porta ad un periodo di ben altro genere, molto più classico nella “strumentazione” e molto cinematografico. “Running Out Of The Tunnel” è uno strumentale, che vede la partecipazione dell’ex Matia Bazar Mauro Sabbione al pianoforte. Qui si mescolano parecchie influenze, ma a spiccare sopra a tutte è quella jazz. Un bel brano, anche se senza picchi. Arriva quella che può essere definita la title track “Sindrome di Morte Apparente”, un brano che passa da un cantato melodico femminile ad uno maschile in puro rap. Il testo va seguito bene, perché l’intensità non può essere riportata in queste righe, mentre dal punto di vista strumentale non c’è molto da dire, se non che è un ottimo sottofondo che crea un’atmosfera quasi onirica. L’album si chiude con l’altro strumentale “Many Questions”: voci di bambini, suoni distorti di un porto… Quando Marco si erge a protagonista con la sua chitarra ci troviamo di fronte al momento più bello del disco, che passa poi ad un nuovo periodo di sonorità puramente mediterranee. Il lavoro si chiude con un effetto di un aereo che si allontana.

 

Si legge “album del chitarrista” e ci si aspetta di aver a che fare con un disco in cui la chitarra sia in primo piano. Invece no, perché “n.d.e.” è un lavoro che svaria su moltissimi generi e stili, non avendo un vero protagonista. Purtroppo, però, per quanto la qualità sia eccellente, questo disco non rimane a chi ascolta, accarezza e sene va senza lasciare strascichi. Forse la colpa è anche del troppo spaziare, che non permette di assimilare una cosa che già ne passa ad una completamente diversa. Non per tutti.

 

 

 

 

VOTO

6,5/10

 

Pubblicata il 22 Febbraio 2017

Insieme a voi dal

12 Ottobre 2016

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