MAD AGONY - ''Mad Patrol'' (Steel on Fire - Metal Webzine)
TITOLO

A cura di Cris Walls

La semplicità è una virtù e come tale, viene da dentro. Non si può fingerla, ne inventarla. Probabilmente essa è anche il miglior modo di agire. Ma prima che si divaghi sull’interminabile china aforistica, torniamo all’interno dei confini del nostro, tanto amato, ambito musicale, per raccontare di una band che appunto ha ben chiara in mente la distinzione netta fra la semplicità ed il semplicismo. In un’epoca condizionata dal continuo aggiornamento, soggiogata dalla ricerca esasperata della tecnica o del sensazionalismo attraverso una compulsiva alternanza di qualunquismo minimalista, religiosa ignoranza ed incauta blasfemia, coloro i quali scelgono un’altra strada, quella della genuina concretezza, sembrano provenire ormai da un’altra dimensione spazio temporale. Una sorta di anacronistica utopia che riporta alla luce la vivace ruvidezza e la potenza melodica dell’Heavy Metal incontaminato.


In quest’ottica dovrebbe essere letta la storia di “Mad Patrol”, secondo disco dei padovani Mad Agony, band con un passato di quasi cinque lustri alle spalle, un bagaglio esperienziale frammentato in diversi progetti e pervasi da una simpatica rabbia ancora viva e scalciante. La folle agonia promana dal basso di Dani Devine che non avrà l’eleganza di Eddie Jackson ma spinge come una infallibile balestra, dai tamburi di Demian de Saba che non assomiglia di certo a Mike Terrana ma sembra un orologio svizzero con il bastone. La chitarra ritmica di Andrea Babetto che non scomoda James Hetfield ma farebbe vedere i sorci verdi a molti. Quella solista di Samael von Martin che pur rispettando il mito di Randy Rhoads confida nel proprio dinamismo versatile, e dalla voce di Mad Max Zane che non andrà “oltre la sfera del tuono” come nel celeberrimo film, ma sa essere indifferentemente ora solenne ed impostato, ora una bella spina nel fianco.


L’obiettivo dichiarato della pazza pattuglia è quello di menare forte, ma colpendo secondo le regole e soprattutto, mirando i bersagli giusti. Con un occhio di riguardo per la tradizione e la consapevolezza di non potersi spingere troppo oltre le linee nemiche. Non è disonorevole prendere spunto dalle grandi battaglie del passato, se l’intento è quello di farne tesoro nel presente. Pertanto, quando c’è da saltare il fossato, le rincorse dello speed metal sono ancora imprescindibili. Se è necessario il fuoco di sbarramento, affidarsi all’arcigno thrash è l’opzione più adatta. Qualora ci fosse poi da trattare con il nemico, è bene essere diplomatici ed un po’ ruffiani come l’hard rock! La felice commistione di stili ed influenze ha così permesso ai Mad Agony di mettere in piedi un arsenale assortito.


L’attacco iniziale di “Cold Stars” ci rimanda alle maligne armonie dei Forbidden dell’insuperabile “Twisted into Form”, mentre subito dopo, è il turno del magniloquente sunto priestiano di “Circle of Fire”, in cui lo stile di Mad Max si fa epico e trionfante, evidenziato nel ritornello strepitoso ed indimenticabile fin da subito. L’accostamento in questo caso, con Morby dei Domine non è fuori luogo, mentre l’assolo al fulmicotone di Samael fende l’aria, sigillando quello che, a conti fatti, risulterà il miglior episodio del disco. La terza canzone “Let me Die” è un mid tempo che strizza l’occhio agli Accept degli anni d’oro, ma si dimostra leggermente inferiore a quanto sentito in precedenza. La traccia successiva “More Beer” è una sorta di trappola che attrae l’ignaro ascoltatore in un gioco ipnotico per poi colpirlo senza pietà alcuna con una randellata thrash-hardcore di nuclear assaultiana memoria. La canzone successiva ha quasi dello strabiliante e ci “regala” una sorpresa: “Party Time”, infatti, potrebbe apparire come un cameo degli AC\DC o dei “più moderni” e derivativi Airbourne. Il sesto pezzo ”Warriors of the Wheels” è un vero e proprio inno al “martello” preso in prestito dall’officina di UDO. Da applausi anche l’idea di inserire come settima traccia un brano strumentale, dal titolo eloquente ”Antiochia - Back to Bare Metal” che intreccia i diversi stili sin qui proposti. Tuttavia non è ancora tempo di quiete, perché si scatena subito la tempesta hard’n heavy di “You Bring me to the Ground”. Giravolte energiche, ritornello graffiante e stradaiolo, per una intramuscolare adrenalinica. Il bicchiere della staffa è una simpatica cover di “Metal Thrashing Mad” degli Anthrax.


Mad Patrol” e’ un disco che tradisce ancora qualche piccola imperfezione nei dettagli. Ma è un’autentica spinta vitale, un ricostituente contro la fiacchezza, in barba ai “vincoli di stile” ed a tutti gli ancoraggi psicotici di quel pensiero musicale onanista, secondo il quale o sei problematico, religiosamente in conflitto, ipertecnico ed arzigogolato, oppure non sei all’altezza di un destino superiore, trascurando colpevolmente il fatto che un sano esercizio è molto più nobile (ed utile, aggiungerei..) di un qualunque pensiero contorto.



TRACKLIST

1. Cold Stars
2. Circle Of Fire
3. Let Me Die
4. More Beer
5. Party Time (Zombie Version)
6. Warriors Of The Whales
7. Antiochia – Back To Bare Metal (instrumental)
8. You Bring Me To The Ground
9. Metal Thrashin’ Mad (Anthrax cover)



VOTO

7,5/10


BAND

"More beer"

Pubblicata il 12 Maggio 2019

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by Robin Bagnolati