KANSEIL - ''Fulische'' (Steel on Fire - Metal Webzine)

KANSEIL

COPERTINA

"FULISCHE"

A cura di Cris Walls

Non mi vergogno ad ammetterlo: questo disco mi ha colto di sorpresa. Infatti, il lirismo ed i suoni così vicini alla madre terra raggiungono in questa composizione livelli importanti. Un importante ruolo è stato affidato all'uso veramente poetico della lingua italiana, esaltata in tutta la sua straordinaria bellezza e musicalità, incrementata poi, per l’occasione, da alcuni intermezzi in idioma veneto.


I Kanseil non sono dei novellini ed il curriculum vitae vanta almeno un disco d’esordio, “Doin Earde” del 2015, ed una nutrita attività concertistica che ha permesso loro di “spalleggiare” alcuni nomi altisonanti del folk e del viking metal, quali Folkstone, Enslaved e Korpiklaani! Sarebbe tuttavia ingeneroso ricondurre la loro cifra musicale alle sole influenze delle bands sopracitate, poiché gli orizzonti dei nostrani Kanseil, sono abbastanza vasti ed incuranti dei confini. L’emblema del dinamismo fiabesco è rappresentato dalla multiforme voce dell’aedo Andrea Facchin, disinvolto tanto nella narrazione tradizionalmente intesa che nel growl più cavernoso. Dai tempi del racconto che sono scanditi dalla puntuale e geometrica sezione ritmica costituita da Luca Rover alla batteria e Dimitri De Poli al basso. Dai colori e dagli olezzi del paesaggio promanano dai pizzichi dei menestrelli “cordofoni” Federico Grillo e Davide Mazzucco che suona anche il bouzouki (grossolanamente e tanto per capirci: una sorta di mandolino usato in molte culture, da quella mediterranea e ionica a quella celtica), accompagnate dai “legni” di Stefano da Re e dalle cornamuse e dal kantele di Luca Zanchettin.


"Fulische" (come spiega lo stesso Andrea Facchin, significa scintille) è un caleidoscopico zibaldone di storie, leggende e paure, da vivere come se fossimo tra i fitti arbusti ed i penduli rami della foresta, quando si intravede il tramonto, è calato il silenzio e si ode soltanto lo scalpitio di un fuoco sfavillante appena acceso.


L’opera di quasi quarantacinque minuti, si apre con un breve componimento dialettale intitolato “Ah, Canseja!” e prosegue con “La battaglia del solstizio” che ci riporta agli scempi di un campo di battaglia attraverso un attacco in growl, l’intaglio netto e memorizzabile delle cornamuse, impreziositi dall’esemplare ritornello “pulito”: “rosse son le terre e le acque, bianca è la nebbia che ora ci avvolge, rimane accesa la verde speranza, un ultimo grido di libertà”. Eccola la prima gemma della collezione! Il successivo “Ander de le mate” poggia il suo riffing cadenzato sul tappeto di cornamuse, prima di un ossigenante intermezzo acustico ed, in forza di un coro arioso, si rivela un brano accessibile ma non per questo banale. La quarta e magnifica traccia, “Pojat”, ripresenta degli “slanci dialettali”, un’alternanza timbrica delle voci ed un ritornello davvero suggestivi che ci raccontano la “vita usurante” dei carbonai. Stiamo per giungere alla vetta del disco, in tutti i sensi: “Orcolat” è un pezzo dall’ineguagliabile e drammatico splendore. Esso tramanda del terremoto che sconvolse una parte del Friuli nel 1976, mediante la rievocazione del mito demoniaco dell’Orcolat, un mostro che faceva crollare i monti. “E la sua quiete spezzerò, con i miei passi. Farò tremare tutta la valle sotto di lei. Ed io la morte porterò, su tutto ciò che le vostre guerre non han distrutto già”. Sulla spinta di questi versi, le armonie si incattiviscono sino all’apoteosi di un black metal in bassorilievo. Dopo la tragica oppressione, la struggente ballata bucolica “Serravalle” giunge opportunamente ad accarezzare l’anima, restituendoci uno spiraglio di pallida e malinconica luce. “Vallorch” è una tipica canzone folk, scorrevole e variopinta, in virtù anche di un perentorio cantato femminile. “Il lungo viaggio” è uno spaccato di povertà e degrado sociale dal quale alcuni migranti del nordest cercarono di affrancarsi con gli spostamenti disperati, testimoniati dalle disilluse parole: ”Anime a migliaia scappate dalla fame inseguono un miraggio di fortuna oltre i confini. Chiusi nel cartone sogni e stracci per l'avvenire, affogano nell'alcol i dubbi nel partire.” L’avanguardistica commistione strumentale e ritmica conferiscono al brano finale, “Densiloc”, un andamento che sarebbe potuto tranquillamente appartenere ai Dream Theater, se questi ultimi avessero deciso per un attimo di suonare folk!


I Kanseil sono riusciti nella meritoria impresa di coniugare sapientemente il verbo della tradizione popolare con un impianto musicale equilibrato, dai ritornelli “freschi” ed uno scenario ambientale credibile. Evitando così, di scadere nella deriva comoda dei cliché di un genere che, troppo spesso a causa di scelte infelici anche dei suoi principali portabandiera, si è smarrito nei meandri di boschi, borghi e leggende artificiose, senza appiglio, né cuore.




TRACKLIST

1. Ah, Canseja!

2. La Battaglia del Solstizio

3. Ander de le Mate

4. Pojat

5. Orcolat

6. Serravalle

7. Vallòrch

8. Il Lungo Viaggio

9. Densilòc




VOTO

7,5/10


BAND

"Pojat"

Pubblicata il 27 Marzo 2019

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