HURZ

HURZ

"HURZ"

A cura di Robin Bagnolati,

revisione di Giulia Fordiani

Nato tra le vie della Capitale, il progetto Hurz si presenta a noi con il suo Ritual/Ambient. La proposta di questo trio vuole portarci sulla linea di confine, esattamente tra la vita reale e la messa in scena, dove gioia e dramma si alternano dietro l’angolo. La band stessa spiega: “ciò che vedrete, ciò che ascolterete vive già in voi”. Non abbiamo modo di sapere molto altro sugli Hurz, a parte l’uscita del disco self titled (prima metà del 2016) e la lineup (Nicola Rossi, Sergio Oriente, Nicola Irace).

 

Detto ciò, passiamo alla musica con la prima delle sette tracce del disco, intitolata “Il Nodo”, che apre anche la prima sezione “Tragoedia”: l’atmosfera è un mix di suoni rilassanti e ritmica schematica ed incessante. Man mano che i suoni aumentano di intensità, aumenta anche un senso di inquietudine, la melodia è cupa e gli effetti elettronici spaziali non placano gli animi. Quasi al terzo minuto troviamo il primo cambiamento, con una melodia leggermente più solare ed effetti che ci portano in pieno deserto. Una voce stranissima entra in scena, pronunciando una frase in una lingua probabilmente morta, che ritroveremo anche più avanti, sopra ad una base estremamente calma e rilassata, dove l’unica parte più mossa sembra volerci ricordare il battito cardiaco. Al settimo minuto si alzano leggermente i toni, risvegliando l’ascoltatore dal leggero torpore che lo attanaglia, quasi una specie di trance. Dopo questi undici minuti abbondanti passiamo all’ancora più lunga “San Giorgio e Il Drago”, divisa in tre atti: atmosfera molto rilassante, quasi “acquatica”, con una voce che entra in scena con un forte riverbero, prima di essere affiancata da una seconda voce molto più bassa. La tensione aumenta di colpo quando entra in scena un organo elettrico con la sua melodia ripetitiva e tetra. Dopo il rientro in scena della voce, in stile comizio, si riprende con il tema iniziale. Il secondo atto si svolge sulla stessa base del primo e l’unica differenza la troviamo nel cantato, anche se potremmo definirlo un testo di prosa. Il terzo atto si apre con un suono ovattato di campane a festa, per la morte del drago. L’atmosfera si fa tremendamente più cupa e il testo non viene più solo recitato, ma si nota un’impostazione canora. La prima parte del disco viene chiusa da “Illuminazioni Dalla Metropoli”: effetti tetri si uniscono alle tastiere per dare il via al brano, che non presenta molta varietà nella proposta, anche perché dura solamente un minuto e mezzo. Un breve intermezzo che, purtroppo, non lascia un buon sapore in bocca.

 

Passiamo alla seconda parte del disco, denominata “Symbolum”, che inizia con “L’Amoureux - L’Heure De La Chouette”: la prima impressione è quella di ritrovarsi in una giungla, vicino ad un accampamento di indigeni. A differenza del titolo, il testo comincia con una breve poesia in italiano per poi passare all’inglese, con un cantato pulito e ben modulato, in grado di rendere piacevole l’ascolto. Il brano è molto elettronico, con una parte musicale che risulta a tratti ripetitiva, senza però appesantire il risultato finale. A seguire troviamo la più breve “La Scelta”, dove dei campanelli e una melodia in grado di rievocare il caraibico calypso si uniscono ad una base ben più cupa, in grado di rendere inquietante anche la classica filastrocca delle tre civette. “Todestrieb - Vargtimmen” apre la strada verso la conclusione con suoni che rievocano una lenta marcia. Suoni acquatici, un campionamento di un violino, suoni molto vibrati e un testo appena percepibile in sottofondo: questo è il brano più difficile da descrivere, con ben pochi appigli, ma da ascoltare assolutamente, isolandosi dal mondo esterno. L’album si chiude con la conclusiva “1+1=3”: la musica che ci accoglie risuona rasserenante e rilassante, un’intro che potrebbe essere usato come sottofondo in una spa. Ma la quiete dura poco, perché la musica diventa inquietante e a tratti marziale, con tanto di pseudo comizio, nel quale il testo viene urlato. Dopo il terzo minuto si viene catapultati in un’atmosfera liturgica, una sorta di preghiera piuttosto particolare.

 

Quello degli Hurz è un lavoro molto particolare, che per essere assimilato necessita di mentalità aperte: si possono percepire parecchie atmosfere diverse, anche se non tutti i brani sono riusciti alla perfezione, come ad esempio la terza traccia. Assolutamente degna di nota invece la sesta canzone, dove possiamo trovare di tutto e, soprattutto, tutto ben amalgamato. Per gli amanti del genere questo è un disco da avere assolutamente. Se invece siete dei neofiti prendetelo con i piedi di piombo, per non bruciarvi l’esperienza.

 

 

 

 

VOTO

7,5/10

 

Pubblicata il 2 Luglio 2017

Insieme a voi dal

12 Ottobre 2016

robin.reviews@hotmail.com