HASTUR

HASTUR

"THE BLACK RIVER"

A cura di Robin Bagnolati

Una storia travagliata quella dei liguri Hastur: nati nel 1993, possono vantare solamente una release in carriera, cioè un EP pubblicato nel 1996. Successivamente i nostri deathsters hanno dovuto affrontare ben due separazioni, cosa che ha tenuto ferma la band per parecchi anni. Nonostante ciò, però, il progetto Hastur si è dimostrato duro a morire e nel 2016 ha rivisto la luce, portando finalmente alla nascita del loro primo full lenght “The Black River”, pubblicato nell’ottobre del 2016, con una lineup quasi completamente rivoluzionata: infatti insieme all’unico superstite degli inizi Hayzmann (batteria) troviamo Napalm (chitarra e voce), Grinder (basso) e Docdeath (chitarra).

 

Ma passiamo a ciò che più ci preme, cioè il contenuto del disco: si parte con la “quasi” title track “Black River”, che riesce a stranire già dai primi secondi tra pioggia, grida e spari. Pochi sono i secondi che ci separano dalla sfuriata della canzone, che si mantiene su una ritmica incalzante e piuttosto costante e un riff di chitarra forse un po’ ripetitivo. La nota più lieta di tutte è nel cantato, un growl molto convincente e ben eseguito. “Consumer Of Souls” ci accoglie con le sole chitarre che aprono ad una vera mazzata sonora nei denti: riff duro, batteria trascinante, basso frenetico e un growl molto aggressivo. A metà canzone troviamo un solo di chitarra dal sapore vagamente arabeggiante. Qui abbiamo un finale ben ideato, mentre nel brano precedente risultava fin troppo prolungato. “Infamous” si dimostra leggermente più dinamica anche durante le sfuriate all’unisono, con brevissimi stacchi che incidono sul rischio di monotonia. A metà canzone compare in prima linea il basso, con note che purtroppo sembrano messe lì perché non si sapeva che altro metterci: non propriamente un bel modo per sfruttare l’estensione dello strumento, che però non fa pendere verso il no il giudizio sul brano. Passiamo a “Possessed” , che ci presenta una ritmica ben più marcata per quanto riguarda la batteria, mentre per quanto riguarda il resto dello strumentale non ci si distacca troppo da quanto sentito precedentemente, salvo per i periodi in cui soprattutto le chitarre rallentano, creando una vera e propria melodia. “The Clock Of Evil” ci accoglie con una breve introduzione recitata, prima di passare ad uno strumentale cupo e meno furioso. Quando inizia la voce l’atmosfera cambia radicalmente e la furia si scatena, con una ritmica molto più incalzante e pesante e riff di chitarra veloci. A metà canzone troviamo un rallentamento, che riporta il brano ai ritmi iniziali, per poi riprendere ad alti livelli. Passiamo a “Hate Christians”: la violenza è immediata, ma sopra il muro del suono si staglia una chitarra che intona una melodia arabeggiante. Non c’è il tempo di annoiarsi ascoltando questo brano, dove un po’ di melodia riesce a farsi spazio tra le sfuriate e anche il basso riesce ad emergere. Ad aprire l’ultimo tris di canzoni troviamo “Brain Buried”, che parte con un riff di chitarra prolungato e una base ritmica ben strutturata. Il growl è anche qui ben portato e sicuro, una delle certezze del disco, e finalmente la chitarra torna a regalarci qualche secondo al di fuori delle classiche schitarrate distorte. Il finale arriva un po’ all’improvviso, forse un po’ troppo di colpo. “Prisoner of Christ” parte con l’audio di una manifestazione in piazza e la voce del microfono viene distorta fino a farla sparire, lasciando spazio alla preparazione della vera e propria cavalcata. L’intero brano trasuda una gran dose si violenza, nonostante anche qui il solo di chitarra ricordi melodie arabeggianti. Chiudiamo l’album con “Purgatory”: anche qui la noia non è assolutamente contemplata, con cambi di tempo, sfuriate trascinanti e momenti di melodia assolutamente indovinati.

 

L’album è stato pubblicato da Black Tears, label che sembra aver puntato abbastanza su questo disco ed a giusta ragione: gli Hastur in questo album sfornano la loro ricetta a base di Old School Death, insaporito da lievi spruzzate di atmosfere Black, e lo fanno nel migliore dei modi. I brani che compongono il disco sono convincenti, pieni di un’energia che riescono a trasmettere a chi li ascolta e , soprattutto, ben suonati. Siamo di fronte ad un lavoro che può far apprezzare il Death Metal anche a chi non ne è troppo affascinato.

 

 

 

 

VOTO

8,5/10

 

Pubblicata il 31 Gennaio 2017

Insieme a voi dal

12 Ottobre 2016

robin.reviews@hotmail.com