GOLDEN RUSK

GOLDEN RUSK

"WHAT WILL BECOME OF US?"

A cura di Robin Bagnolati

Oggi amici il nostro viaggio nel mondo metal fa tappa in Sicilia, dove incontriamo una band nuova, o per meglio dire, una one-man band che ci propone un Death Metal intenzionato a sbatterci in faccia come un treno. Stiamo parlando di Golden Rusk e del suo creatore Maher, arrivato a creare questo progetto dopo le esperienze di diverse band nel suo viaggio musicale iniziato nel lontano 1998. L’album di debutto di Golden RuskWhat will become of us?” è stato pubblicato il 1 Dicembre 2016 ed è stato prodotto da Stefano Siracusano, mentre l’artwordk è stato curato da Salvo Bosco.

 

Ma lasciamo spazio alla musica e partiamo col primo brano “Grave Of Dawn”: l’intro sembra trasportarci nello spazio, ma più si ascolta il suono più lui aumenta e si fa drammatico, un continuo crescendo che si spegne poi di colpo. Entra in scena un’armonizzazione, ariosa e malinconica al tempo stesso. Tre minuti e mezzo in puro stile ambient, dove il dinamismo è quasi nullo, ma in grado di creare qualche domanda e di creare curiosità sul proseguire del disco. Il secondo brano è la title track “What Will Become Of Us?”, dove entra in scena una chitarra distorta e dal forte riverbero. I suoni si amalgamano con l’entrata di basso e batteria, mentre la voce rimane lontana, come attraverso un telefono. Appena la canzone entra nel vivo è una mazzata in faccia, ma a intermittenza, perché ci sono mille variazioni che staccano la scarica violenta per un secondo o due. Da metà brano Maher si sbizzarrisce con variazioni sul tema, prima di ritornare allo stile iniziale e portare il pezzo a sfumare. Si arriva così a “No Blame No Gain”: qui la violenza attacca subito senza permettere di respirare, dove anche le variazioni aumentano questa sensazione; il growl invece non riesce ad esprimere la stessa carica, tappato dagli effetti. Siamo a 2 minuti e venti quando di colpo tutto si spegne, concludendo improvvisamente il pezzo. La quarta canzone si intitola “Painful Demise” e ci trasporta un un’atmosfera ancora più brutale, dove ogni pochi secondi parte una scarica di note, un vero muro sonoro. Non mancano momenti più “tranquilli”, che aiutano il brano a scorrere meglio, spazzando via il rischio della monotonia. Bello l’effetto in chiusura, a ricordare la puntina del vinile che si stacca dal disco, anche se effettivamente la canzone si esaurisce una trentina di secondi prima. “As It Should be” conclude l’ipotetico Lato A dell’album: la prima impressione è di un brano leggermente più melodico dei precedenti, che fa pensare ad un metal a metà strada tra il Blackened Death e il Melodic Death. Col passare dei secondi l’aspetto Black si fa sentire sempre di più ela potenza del brano aumenta costantemente. Tasto dolente il cantato che risulta spesso incomprensibile. Più lungo dei due brani precedenti, “As It Should Be” si chiude con la chitarra che sfuma nel silenzio. Passiamo la metà disco con “Show Me Your Hate”: qui l’odio si percepisce subito e tutto si fa ancora più brutale. Il cantato è iper effettato e per velocità sembra voler riprendere lo stile di Serj dei System Of A Down. A metà canzone finalmente sentiamo in tutta la sua chiarezza anche il basso, autore di un pregevole assolo. Il finale è una scarica pura di violenza. “Black Aura” è un intermezzo dove un violino dal suono malinconico ci accompagna in mezzo a rumori di guerra ed altri effetti in grado di far rabbrividire. Passiamo subito a “Life No More” che inizia con una melodia di basso e chitarra, che si scatenano quando entra in scena la batteria. Il pezzo è dinamico, non vive momenti di noia e risulta trascinante; il cantato invece presenta meno effetti e si interfaccia molto meglio con il resto del brano. Da metà canzone si cambia atmosfera e la chitarra riarrangia una melodia dal gusto classico che si spegne gradualmente. Di colpo sembra di trovarsi davanti ad un duetto tra chitarra classica e hang drum: un finale del tutto inaspettato in un album come questo, ma che contribuisce a rendere questa canzone la migliore in assoluto del disco. Il nono brano è “Take Off The Mask”: un vero scontro contro un muro subito dal primo secondo, un approccio assolutamente brutale condito da piccoli stacchi che vivacizzano la cosa. Il cantato è iper-effettato, come la batteria a metà canzone, triggerata al massimo. L’atmosfera verso la fine tende a calmarsi leggermente. La decima canzone altro non è che la versione demo di “No Blame No Gain”, una versione nettamente più grezza e acerba di quella definitiva, ma che ci aiuta a capire il lavoro che c’è alle spalle di un disco, quanto ci sia da fare prima di arrivare al suono definitivo.

 

What Will Become Of Us?” è un album carico di idee, con una musicalità che non stanca l’ascoltatore, anche quello che magari è meno avvezzo al Death Metal. Scariche di violenza e momenti inaspettati ci accompagnano durante tutto l’album, mentre i due brani strumentali (introduzione e intermezzo) risultano estremamente ben concepiti e realizzati. Ma il disco presenta una grossa pecca: la voce risulta fin troppo effettata e con volumi non sempre ottimali, cosa che la rende incomprensibile per il 90% del tempo. Ma ci troviamo di fronte ad un album di debutto, perciò le cose potranno migliorare continuando a lavorare sulle idee espresse qui: la base è davvero di buon livello.

 

 

 

 

 

VOTO

7/10

 

Pubblicata il 10 Dicembre 2016

robin.reviews@hotmail.com

 

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12 Ottobre 2016

by Robin Bagnolati