EXTINCTION - ''The Monarch Slaves''

EXTINCTION

"THE MONARCH SLAVES"

A cura di Robin Bagnolati,

revisione di Giulia Fordiani

Storia particolare quella degli Extinction: nata nel 1995 in Puglia, la band pubblica una demo l’anno dopo che raccoglie grandi consensi dalla critica e li porta ad aprire a concerti importanti. Purtroppo la band si scioglie nel 1997, quando il chitarrista Danilo Bonuso si trasferisce in Piemonte. Passano ben 17 anni prima che, proprio grazie a Danilo, gli Extinction tornino sulla scena. Non trattandosi di una one-man band, il nostro chitarrista è ovviamente spalleggiato da altri musicisti, che sono Marco Hellfir alla chitarra, Marco Vicenza al basso, Alberto Scrivano alla batteria e Alice Darkpeace alla voce (qualcuno la ricorderà a Italia’s Got Talent, quando sconvolse i giudici con il suo growl). Il loro album di debutto si intitola “The Monarch Slaves” ed è uscito il 30 Aprile 2017 per la label tedesca Unholy Fire e con il supporto alla promozione di Cr.Art.Music.Lab..

 

Ma passiamo subito al Thrash venato di Death della band piemontese partendo proprio dalla title track “The Monarch Slaves”, che inizia con una voce che sembra uscire da una vecchia radio. Serve molto meno di un minuto per ritrovarci di fronte ad un suono duro e potente. Il growl di Alice risuona cattivo ma non sempre molto centrato. Lo strumentale in certi punti colpisce lo stomaco e convince, rimanendo molto fedele agli schemi del genere. Bello l’assolo di chitarra ai quattro minuti e mezzo circa, che si interrompe per un breve intermezzo per riprendere poco dopo. La cosa che convince poco della registrazione è facilmente percepibile: il cantato sembra registrato in presa diretta e messo a forza su di uno strumentale ben mixato. Il secondo brano è “Conspirators”: l’introduzione si presenta molto più lenta dell’opener, con un’atmosfera più cupa… Tempo quaranta secondi si ritorna ad un sound massiccio e violento. Azzeccato il mini assolo di chitarra “precoce”, eseguito nella prima metà del brano. Arrivati a metà sembra di ritrovarsi in un brano diverso rimanendo quasi spiazzati; sensazione solo temporanea perché presto il cantato tende ad uniformare le due parti. Passiamo a “False Preachers” ed al ritmo tribale della batteria che ci accoglie, prima di lasciar spazio ad un periodo pesantemente cadenzato sia per il cantato sia per lo strumentale. L’atmosfera si smuove un po’ nei ritornelli, portando avanti questa alternanza fino alla fine, che si raggiunge un po’ stancamente. La quarta traccia è “Fight For Yourself”: dopo un’introduzione accattivante arriva il un momento di discreta dissonanza tra le chitarre che portano all’arrivo del cantato. Dopo un lungo periodo che letteralmente si trascina arriva la svolta al quarto minuto, dove lo strumentale cambia decisamente l’atmosfera e ci porta verso sonorità decisamente più cupe. Un brano che probabilmente si allunga fin troppo: un po’ più corto e sulla scia della seconda metà e questo brano sarebbe stato un punto di forza. “Wrong System” mostra un piglio più deciso e soluzioni di chitarra non sempre scontate. Qui appare più evidente un’influenza Death e una leggerissima vena Prog. Al secondo minuto i ritmi rallentano, lasciando comunque spazio ad alcune serie di colpi a cascata della batteria. Questo brano rappresenta un bel punto a favore per questo disco. Superiamo la metà di questo album e troviamo la sesta traccia “Progress Regress”: lontani passi in marcia aprono il brano, lo strumentale entra in scena duro e potente, pur non sviluppandosi su un ritmo veloce. La batteria segue la sua semplice linea e il resto dello strumentale non propone nulla di particolare. Le acque si smuovono leggermente da metà brano, ma non abbastanza per risollevarlo. Ad un certo punto possiamo ascoltare il basso in primo piano e un buon solo di chitarra, ma purtroppo nemmeno loro riescono a risollevare le sorti di questa canzone. “Pain Of Mind” sembra unirsi alla conclusione del brano precedente, ma col passare dei secondi ci accorgiamo di quanto il piglio sia differente, sommando sonorità molto decise a continue variazioni di ritmo e melodia, concedendo alle nostre orecchie stacchi singolari e divertenti, con il basso che sembra suonare una nota fuori tempo ma che, in realtà, è piazzata alla perfezione. Un bel finale completa questo buon brano che riporta l’album al pollice su. La traccia numero otto altro non è che una cover di “Smells Like Teen Spirit” dei Nirvana: diciamocela tutta… non se ne sentiva il bisogno di questa cover che i puristi certamente non gradiranno. Il nono brano è “Latency”: convincente subito dalle prime schitarrate. Niente di nuovo all’orizzonte, ma certamente siamo di fronte ad un classico brano Thrash Death ben eseguito. Forse un po’ troppo repentine le variazioni sul tema, ma non lo si può definire un problema in questo caso. A chiudere la release troviamo “Under Control”: introduzione lenta con un riff di chitarra dal leggerissimo sentore Country. Dopo il bel solo della lead guitar arriva una sorpresa: Alice canta la prima strofa in clean. Quando riparte il growl si susseguono diversi stacchi contro ritmo che lasciano abbastanza straniti. Per nulla convincente: la band sembra aver perso il controllo sul brano in sede di composizione.

 

Che dire… La band avrebbe le qualità tecniche per far strada, ma pecca in sede di scrittura dei brani: a brani di pregevole fattura come “Wrong System” e “Pain Of Mind” se ne alternano altri anonimi che in un paio di casi sfociano nel mediocre, per non parlare della evitabilissima cover. Mi aspetto e, soprattutto, mi auguro un bel salto di qualità da parte della band con i prossimi lavori.

 

 

 

 

VOTO

6/10

 

Pubblicata il 14 Agosto 2017

robin.reviews@hotmail.com

 

Insieme a voi dal

12 Ottobre 2016

by Robin Bagnolati