DRYSEAS

DRYSEAS

"DRYSEAFICATION"

A cura di Robin Bagnolati

Questa volta amici la nostra attenzione la dedichiamo ad una band nata nal 2010 a Roma come uno “Stoner Rock Power Duo” con il nome di Dryseas. La band formata da Carlo Venezia (voce e chitarra) e Olsi Dani (batteria) poggia la propria musica su un equilibrio tra essenzialità ed energia e, col passare degli anni la lineup aumenta. Con alle spalle un album “Live in Studio”, nel Gennaio del 2016 la band ha rilasciato il proprio primo vero album dal titolo “Dryseafication” tramite l’etichetta indipendente DesertDagos Records e la lineup è formata, oltre che dai fondatori, anche da Marco Schietroma (chitarra e cori) e Marco Dell’Uomo (basso).

 

Il primo brano del disco è “Into The White Desert”: passi, il russare di un uomo, una leggera melodia di tastiera e una voce femminile per questa introduzione, abbastanza dolce nonostante l’argomento del testo, che si conclude in un soffio di vento… un vento che continua in “Delicious” e che fa da tappeto alla batteria e al suono quasi da citofono delle chitarre. Il vento ci lascia e gli strumenti prendono possesso della scena, con un giro di basso importante, e il cantato clean entra in gioco. La voce è calda e a tratti leggermente graffiata, i suoni potenti e pastosi e quasi sempre su toni bassi. La melodia però non varia molto durante il brano risultando, purtroppo, quasi monotona nel finale. Passiamo ad “I won’t make it out” e la chitarra che ci introduce solitaria. Toni bassi anche per questa canzone che parla di una specie di esperienza al di fuori del proprio corpo. Basso potente, batteria più varia, chitarre in moto perpetuo con un riff ipnotizzante e la voce sempre calda e corposa. Non c’è spazio per elementi striduli, nemmeno in un finale che scema fino a spegnersi completamente. “Too Late” è la boa di virata del disco, la canzone di mezzo: chitarra bassa e distorta, con un tocco di riverbero; il cantato compare poco dopo il basso e la seconda chitarra, la batteria dopo ancora. Il brano è molto più lento dei precedenti, ma più potente e cupo, quasi come una colonna sonora da horror per teenager. Dopo due minuti aumenta la ritmica, i suoni si fanno più decisi. In questo brano troviamo il primo vero assolo di chitarra, anche se niente di trascendentale, e il finale ci accoglie quasi all’improvviso. “Rainy Day” è la quinta traccia: un giorno di pioggia intensa visto l’inizio del brano dai suoni pesanti. Un pezzo sanquigno, con la voce che si poggia su un riff di chitarra che spesso esula dalla metrica del cantato stesso. Certi stacchi in controtempo lasciano traspirare la follia di cui è impregnata la canzone: bello soprattutto lo stacco di batteria che ci apre le porte del finale. Passiamo alla malinconica e quasi psichedelica “The Ballad of Lost Reason”, una canzone che chiude il cerchio aperto dall’intro. Ci accoglie il suono di un pianoforte e la chitarra acustica gli si affianca. Il cantato riesce a trasmettere più pathos rispetto alle canzoni precedenti ma, dopo un minuto e mezzo, l’atmosfera cambia radicalmente e tutto diventa più aggressivo e pesante, con un solo di chitarra molto interessante. L’atmosfera ritorna quella di inizio canzone per poi tornare a crescere, o meglio dovrebbe, perché la canzone di arresta di punto in bianco. L’ultimo brano è “Dryseafication”, la title track: le parole a quanto pare sono finite, perché ci troviamo di fronte ad uno strumentale di quasi 5 minuti che inizia con un basso tanto ripetitivo quanto ipnotico, una chitarra che sembra quasi isterica per come lascia uscire le note dalle corde e una batteria molto variabile. In questo strumentale nulla risulta monotono, tutto molto dinamico e mai scontato: di sicuro il miglior brano del disco.

 

Le idee la band le ha e risultano anche più che discrete oltre che chiare: tutto è ben strutturato e registrato in maniera più che buona e, grazie a questo, ogni strumento ha il suo posto al sole nell’economia delle canzoni. L’atmosfera che si crea ascoltando le canzoni può sicuramente essere annoverata fra i punti di forza, mentre un po’ di monotonia nella seconda traccia e il finale della sesta sono aspetti rivedibili. Nel complesso possiamo definire “Dryseafication” un buon album, da ascoltare preferibilmente in cuffia.

 

 

 

 

VOTO

7,5/10

 

Pubblicata il 21 Novembre 2016

Insieme a voi dal

12 Ottobre 2016

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