DISHARMONIC

DISHARMONIC

"CARMINI MORTIS [Omicron Omega]"

A cura di Robin Bagnolati

Siamo nel lontano 1998, quando a Pordenone il batterista Lord Daniel Omungus e il chitarrista Sir Robert Baal fondano la loro band chiamata Disharmonic: il loro scopo era di riuscire a creare musica innovativa, spaziando dal Progressive al Black old school, arrivando a suonare qualcosa di veramente sulfureo. La prima demo vede la luce nel 2001 e successivamente, dopo l’entrata in organico del secondo chitarrista Namtar, arrivano una seconda demo e il primo full-lenght “The Black Dance of Evil Spirits”, che segnò la fine della band. Fine solo temporanea, perché i due fondatori ricreano la band e nel 2011, insieme al cantante Profeta Isaia ed al bassista Barone Von Hayden, esce il secondo full-lenght “Carmini Mortis” e, 3 anni dopo, l’EP “Il Rituale Dei Non Morti”. Dopo un nuovo CD dal titolo “Magiche Arti e Oscuri Deliri” uscito nel 2015, si arriva finalmente al disco che prenderemo in esame oggi: “Carmini Mortis [Omicron Omega]”, ossia l’edizione integrale, completa e rivista in doppio CD del concept album sulla morte originariamente diviso nel disco del 2011 e nell’EP del 2014.

 

Iniziamo con “Inni Di Dolce Morte E Amaro Martirio”: leggendo il testo ci accorgiamo subito che siamo all’interno del preambolo, la presentazione del tema. Ci accoglie un’atmosfera cupa, con il testo narrato, suoni lunghi e tetri come sfondo e un effetto simile a campane a scandire il tempo. A metà brano si entra in un periodo quasi ambient, dove solo batteria e basso risultano dinamici, ma ripetuti in loop. Si passa a “Livor Mortis”, una tetra poesia, con un leggero sentore di necrofilia. Suoni come colpi lontani e rimbombanti, un organo con accordi quasi dissonanti e il testo ancora narrato aprono il brano. Quando l’atmosfera si appesantisce passiamo ad un cantato recitato in growl, intervallato da momenti parlati, mentre la musica resta molto lenta. In un paio di punti possiamo avvertire che l’idea di necrofilia nel testo non era solo una suggestione. La metrica della voce e la ritmica della parte musicale molto spesso prendono strade separate; solo dopo sei minuti si sente un momento di chitarra un po’ più elaborato. Il terzo brano è “Morire Per Essere Devoto”, una sorta di preghiera rivolta alla morte: qui la chitarra parte subito, distorta ed in primo piano, la batteria è lenta e pesante e il testo viene ancora narrato, a tratti sussurrato. Dopo un minuto e venti arriva una scarica di note da Black puro, prima di tornare ai livelli precedenti, con l’unica differenza della voce che mette due note in più. Questo pezzo risulta molto più vario dei precedenti, parlando dello strumentale, spezzando l’inerzia che si stava creando. Un’evocazione a oscurità e malvagità: questo è in sintesi “Oscurità Senza Tempo”, un pezzo di Black lento e pesante, con lo stesso riff ripetuto per i primi due minuti. Qualcosa cambia all’ingresso del cantato in growl e si crea un’atmosfera carica di malvagità, in grado di far scendere qualche brivido lungo la schiena. Tecnicamente parlando, questa canzone è di una semplicità quasi imbarazzante e si salva grazie all’atmosfera che riesce a creare. Il quinto brano è “La Litania Del Chiedo”, una vera preghiera alle entità malvagie, un continuo ora pro nobis: ritmica rock, in lontananza, che si avvicina sempre di più, fino a quando non si rallenta e lascia il posto all’invocazione, supportata da una lentissima melodia “sintetica”. Il testo ha una sua logica all’interno del concept, ma musicalmente parlando siamo di fronte ad un brano di una monotonia alienante. Ora passiamo ad un trittico dedicato al più famoso boia dello Stato Pontificio, divenuto famoso con nome di Mastro Titta: “Mastro Titta – I Ode” inizia con il basso finalmente in evidenza, a pari importanza degli altri strumenti. Testo cantato in un growl cupo ed effettato, come provenisse da un altoparlante. “Mastro Titta – II Ode” ci accoglie molto più movimentata, con una ritmica quasi techno e una basso ancora in evidenza. “Mastro Tiita – III Ode” è molto più energica e cruda delle precedenti, nonostante i momenti di calma totale. Anche qui la ritmica sembra spaziare un po’ al di fuori del metal in certi punti, non perdendo una forte componente atmosferica. “Sotto Il Flusso Di Una Luna Malvagia” si presenta anche lei con la sua lentezza, prima di lasciar spazio ad un piccolo intermezzo ad influenza jazz/swing che si ripeterà anche più avanti e si rivelerà come unica scappatoia dalla monotonia. Le successive “Uno Scritto A Mezza Mano” e “È Giunta La Fine” non si distaccano di molto dalle precedenti. “Amaro Martirio”, che conclude il primo CD, è una sorta di outro un po’ incasinata. Passiamo al secondo CD, dove viene ripreso l’EP “Il Rituale Dei Non Morti”, composto da tre tracce solo numerate: la prima canzone sembra, per lunghi tratti, uscita da un album di Atmospheric Black. La melodia è chiara e non statica, il growl più deciso. Ai 5 minuti e mezzo la voce ricompare ultraeffettata, creando la sensazione di trovarsi ad ascoltare un vero demone. La seconda canzone parte con la sola voce che dopo pochi secondi lascia il posto alla batteria. Basso e chitarra si inseriscono subito dopo creando un’atmosfera spettrale. Dopo il minuto si entra in un mondo a parte, puro horror con una filastrocca canticchiata con una voce effettata raccapricciante. La terza canzone, che conclude il doppio album, ci mantiene in questa atmosfera horror/demoniaca, risultando un vero e proprio continuo della canzone precedente grazie alla stessa melodia di chitarra.

 

In conclusione, questo album potrebbe essere diviso in due parti anche come valutazione: il primo disco parte con i migliori auspici, ma la sperimentazione si ritorce contro alla band, portando alla creazione di un album che sfiora la monotonia. Il secondo disco suona molto ben strutturato e molto più di impatto, rompendo la monotonia. I mezzi ci sono e la parte dell’EP lo dimostra.

 

 

 

 

 

VOTO

6,5/10

 

Pubblicata il 19 Dicembre 2016

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12 Ottobre 2016

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