ARYA

A R Y A

"DREAMWARS"

A cura di Robin Bagnolati,

revisione di Giulia Fordiani

Dreamwars” è il titolo del secondo album autoprodotto della giovane band riminese Arya, nata solo nel 2015 e con all’attivo già un altro album (“In Distant Oceans” del 2015). Dare un’etichetta alla band non è facile, perché varia tra Progressive Metal e Post-Rock, non disdegnando anche atmosfere ambient, trattando tematiche molto serie e importanti con i loro testi. “Dreamwars” si presenta come un concept album basato sulla storia di un moderno Ulisse in crisi dopo il ritorno da un lungo viaggio, ritrovandosi tra gente vuota con la quale non riesce più a vivere. Le disavventure però non riguardano solamente il protagonista, ma anche la band stessa: durante le registrazioni c’è stato un avvicendamento alla batteria, mentre dopo aver completato le registrazioni vocali abbandona anche la cantante Virginia Bertozzi, lasciando il posto a Clara J. Pagliero. Oltre a Virginia, completano la lineup in questo album Simone Succi e Luca Pasini alle chitarre, Namig Musayev al basso e Alessandro Crociati alla batteria.

 

Ma ora passiamo alla musica e partiamo con “Sirens”, che ci accoglie con un brusio di gente che chiacchiera, trasformandosi lentamente in un suono quasi assordante. Quando parte lo strumentale, a trasportarci è una melodia di chitarra che apre ad un testo parlato e si evolve in un cantato convincente nella fase centrale. La ritmica è blanda e rilassante fino alla conclusione. “Irriverence” si presenta da subito leggermente più incisiva, con una melodia tutt’altro che scontata e prevedibile. La sezione ritmica è legata soprattutto alla seconda chitarra e al basso, mentre la batteria varia sul tema e la chitarra solista intona il suo canto imprevedibile. A lasciare un po’ perplessi in questo caso è il cantato, con una scelta stilistica a tratti rivedibile. Dopo il secondo minuto iniziano le variazioni, creando una sorpresa dopo l’altra e passando da momenti quasi classicheggianti ad altri nettamente ambient. “NAND You”, il terzo brano, vede la partecipazione di Nicola Renzi (Mountains, From The End): le chitarre duettano delicatamente aprendo ad un cantato molto delicato e ad un bel riff di basso, il tutto sopra ad una ritmica vagamente jazzata alternata ad un altro ritmo tendente al tribale. Non mancano i momenti più metal, come ai due minuti e mezzo circa, quando tutto lo strumentale si rafforza. Purtroppo in questo brano è difficile trovare un appiglio a cui aggrapparsi per riuscire a comprenderlo a pieno, risultando quasi dispersivo. Dopo la prima terzina raggiungiamo “Commuters”: due minuti e trentasette secondi noise, prima in una stazione e successivamente di corsa, fino al rientro a casa del personaggio. Con “Faith” torniamo ad una vera e propria canzone, che parte piuttosto energica fin dalle prime note, raggiungendo poi sonorità più rock e più calme, con un cantato che fluttua al di sopra dello strumentale, registrato più basso per incentivare probabilmente questo effetto. Ci troviamo ad ascoltare un brano più facilmente assimilabile rispetto ai precedenti. “Transistor” è la sesta traccia di questo disco, un breve intermezzo ambient molto elettronico, che con i suoi effetti ricorda molto i cambi di frequenza sulle vecchie radio portatili. Iniziamo il rettilineo d’arrivo con la settima traccia “Arjuna”: il cantato occupa la scena, dopo una breve introduzione principalmente ritmica, toccando subito note alte. Il ritmo del brano è piuttosto lento e non trascina, risultando quasi monotono. Fortunatamente nel brano troviamo anche momenti di stacco più tranquilli, che spezzano la monotonia. “Rhinos”: chitarra che ci accoglie con note lunghe sopra ad effetti elettronici, quasi a ricordare il suono del vento. Il cantato è dolce, molto delicato, mentre lo strumentale inizia ad aumentare di intensità. Il ritornello vede un aumento anche del tono del cantato. Nella seconda parte del brano troviamo un momento a metà tra lo spettrale e l’arabeggiante, che dona un po’ di novità e fa drizzare le orecchie. La nona traccia si intitola “Eyes in Eyes”: una dolce melodia di chitarra apre il brano prima di lasciare spazio a momenti più movimentati e arricchiti dalla profondità del basso. Man mano che passano i secondi ci si rende conto di quanto questo sia di gran lunga il miglior brano del disco, con elementi del tutto nuovi rispetto a quanto ascoltato prima. L’atmosfera è un continuo crescendo, raggiungendo il picco poco prima della conclusione, che sfocia in un finale dalle sonorità rilassanti. La penultima traccia di questo album è la title track, la canzone più lunga del lavoro degli Arya: ancora chitarra in partenza, con un gioco di accordi dinamico, che apre al resto dello strumentale e al cantato, con una dolcezza pronta a lasciare spazio ad una maggiore decisione prima del minuto. Il contrasto tra strumento e voce si fa sempre più marcato, quasi forzando la convivenza tra i due. Il piglio della canzone vira decisamente verso la sperimentazione, con assoli botta e risposta dissonanti . Nota di merito per l’audace tentativo di inserire un po’ di growl, che dona un tocco di varietà in più. “Gandharva” chiude l’album accogliendoci con suoni elettronici ed un lontano vociare in lingua francese si fa spazio, prima di poter udire l’annuncio di un treno italiano in partenza. I suoni si evolvono nella melodia di una tastiera, fino a diventare simile ad un pianoforte registrato su di un vecchio vinile. Il rumore del treno chiude questo buon brano a cavallo tra ambient e noise, oltre all’intero album.

 

Grazie agli ultimi 3 brani l’album offre un buon livello d’ispirazione. La nota dolente sta nel fatto che il resto del disco, per quanto risulti ben suonato, non riesce ad entrare in testa. Con la terzina finale la band ha dimostrato di avere buone idee, ma deve ancora raggiungere la giusta maturità che le permetterà di creare un intero album a quel livello. Ancora un po’ di esperienza e questi ragazzi potranno davvero dire la loro.

 

 

 

 

 

VOTO

6,5/10

 

Pubblicata il 5 Giugno 2017

robin.reviews@hotmail.com

 

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by Robin Bagnolati