VIELIKAN

VIELIKAN

"A TRAPPED WAY FOR WISDOM"

A cura di Robin Bagnolati

Oggi amici parliamo di un disco con ormai qualche anno sulle spalle, di una band che non solo travalica i confini nazionali, ma anche quelli continentali: i Vielikan, infatti, sono una band ucraina di origini tunisine. Nati nel 2002 con un diverso nome, arrivando solo nel 2007 al moniker attuale che in russo significa “gigante”. La band, che propone un Dark Oppressive Death Metal, in 3 anni riesce a produrre un EP e un full lenght. Purtroppo però nella band iniziano a crearsi tensioni fra i membri, che faranno interrompere la creazione del nuovo album e porteranno allo scioglimento nel 2014. Il progetto torna attivo nel 2015, ma vede ben presto parecchie defezioni, tant’è che ora i Vielikan sono un duo formato dal fondatore Fedor Souissi (chitarra e voce) e dal bassista Muhammed Mêlki: con questa formazione, nel 2016, vede la luce il singolo “Everlasting Smile”. Ma torniamo indietro fino al 2010, quando esce l’unico, finora, album della band, ovvero “A Trapped Way for Wisdom”, con una lineup formata da Fedor e da Yessine Boudaya (chitarra), Mehdi Aouini (basso) e Haythem B. Attia (batteria).

 

The Beginning of All Remorse” apre le danze: il suono di una tastiera ci accoglie, prima di far partire il resto dello strumentale. La ritmica non è incalzante come ci si potrebbe aspettare da un brano death, ma ben più lenta, cosa che spiazza. Violentissimo il cantato, con un growl quasi spinto nel microfono di prepotenza. I cambi di atmosfera di certo non mancano in questa canzone, che addirittura lascia un sentore di prog a chi ascolta. Il finale del brano rivela un protagonista inusuale: il doppio pedale della batteria. Passiamo al secondo brano intitolato “A Shelter of Flesh in the Void”: introduzione in stile ambient che rilassa, prima di ritrovarsi un vero muro in faccia! Quando inizia il cantato le sonorità si “alleggeriscono” di poco, lasciando anche spazio a piccoli stacchi, ideali per spaccare il rischio monotonia. Anche qui il growl lascia a bocca aperta per la sua quasi perfezione. La batteria di Haythem è di nuovo protagonista, risultando lo strumento che più si permette di creare variazioni, rispetto ai colleghi. Prima dei sei minuti troviamo un nuovo momento di calma che anticipa la tempesta di note in arrivo. Lo schema riprende quello della prima parte del brano per circa un minuto, prima di dirottare verso una struttura completamente diversa, con un riff sincopato, che posta ad un momento puramente strumentale veramente godibile. Tredici minuti che saranno difficili da dimenticare. Con la terza canzone non calano solo i minuti, ma anche le parole nel titolo: “Zero Affection” ci accoglie con un’atmosfera lugubre, quasi spettrale, con certi accordi in grado di far venire i brividi e il growl con forte riverbero accentua la sensazione. Di nuovo lo strumentale cambia spesso registro, non lasciando punti fermi all’ascoltatore, facendo in modo che l’attenzione resti alta. La batteria si impossessa di meno della scena, lasciando più spazio e visibilità al basso, che finalmente si più percepire più che chiaramente per lunghi tratti. La quarta canzone è “Black Marsh”: qui è violenza dal primo secondo, con un’energia che si propaga ad ogni nota. Growl ancora ottimo, riff accattivante e falso semplice, ritmica incalzante: tutto ciò ci porta ad un momento di calma assoluta ai due minuti e mezzo, che però dura poco. Questo brano è molto più d’atmosfera rispetto ai precedenti, nel suo insieme. “A Vertiginous Fall” parte con un deciso sentore dark, che si può percepire dagli accordi e dalla lentezza dello strumentale. Tutto sembra molto più riflessivo rispetto ai brani precedenti e la batteria passa ad un ruolo non di primo piano, che stavolta è ricoperto dalle chitarre. Nella seconda metà del brano si fanno strada momenti di ispirazione prog, che rendono il brano più intricato: un brano da riascoltare almeno due volte per poterlo apprezzare come merita. Passiamo alla title track, che ci ripropone una dose di violenza dal primo secondo. Possiamo percepire una melodia lenta che sovrasta una ritmica energica, che sfocia successivamente quasi nel tribale, quando troviamo un momento solo strumentale nel quale ogni strumento sembra pendere una strada diversa, fondendosi comunque a meraviglia. Ben presto però si torna al puro death, sempre intervallati dabrevi momenti di ispirazione jazz. Questa canzone è un vero calcio alla banalità. Passiamo all’ultimo brano, il più breve del disco: “Celestial Autumn” parte riproponendo il contrasto tra la ritmica energica e la melodia tendente al lento. Questa volta il cantato torna a puntare su un pesante riverbero, che si affievolisce fino a sparire nel momento “parlato” che troviamo prima della metà. La canzone, e di conseguenza il disco, si chiude con una piacevole sorpresa.

 

Ascoltare “A Trapped Way For Wisdom” lascia un po’ di amaro in bocca, perché è triste pensare che una lineup in grado di creare un album di questo tipo non sia più insieme: questo disco è ben strutturato, godibile dal primo all’ultimo secondo e suonato egregiamente da ottimi musicisti. Un particolare che aumenta il piacere ascoltando i brani è il ruolo della batteria, finalmente non relegata a misero accompagnamento. Se proprio vogliamo trovare una pecca in questo album, possiamo identificarla con la durata delle canzoni, probabilmente troppo lunghe e rischiano di perdere appeal (sottolineo rischiano). Un album da ascoltare senza timori.

 

 

 

 

 

VOTO

8,5/10

 

Pubblicata il 10 Febbraio 2017

Insieme a voi dal

12 Ottobre 2016

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