SOLITUDE

SOLITUDE

"REACH FOR THE SKY"

A cura di Andrea Veronesi

Il paese del Sol Levante, oltre a rappresentare una roccaforte per le band di rock duro, ha sviluppato la propria scena fin dall'inizio degli anni '80: una delle band di spicco furono i Loudness, che pubblicarono il loro primo album parallelamente all'uscita di "Killers" dei Maiden. Nel 1985 si formano i Sacrifice, band Thrash metal, che pubblicherà nel giro di 7 anni, 3 album di buon livello. Dalle ceneri di questa formazione il vocalist Akira Sugiuchi , e il bassista Tohru Nishida formeranno insieme al chitarrista Hiroki Nakamori, presto sostituito in pianta stabile da Shingo Ida, e al batterista Yasuo Koyano la Heavy Metal band Solitude. Dopo la partecipazione a diverse compilation metal, giungeranno al loro primo EP dal titolo “Virtual Image” nel 2001 poi, con l’ultimo cambio dietro alle pelli e l’entrata di Takamasa “Mad” Ohuchi, pubblicheranno l’album “Brave the Storm” e la loro ultima fatica che ci accingiamo a recensire “Reach for the Sky” edito per Spiritual Beast nel giugno del 2015. Il genere proposto prende spunto da diverse correnti, sicuramente la base è quella della NWOBHM, ma nel loro sound è presente anche una forte componente thrash, probabilmente eredità dell'esperienza precedente dei due membri fondatori. Sommate a queste differenti influenze, un cantato che per certi versi ricorda le tonalità e le metodiche di Udo Dirkschneider e del mai abbastanza compianto Lemmy, ed otterrete le coordinate corrette su cui si muoverà la produzione dei nipponici Solitude.

 

L’opener “Venoms Angel”, attacca con un arpeggio che apre le porte a un pezzo thrash roccioso, riff serrati e potenti che sembrano usciti direttamente dalla Bay Area, accompagnanti da un basso presente e da una voce graffiante ed aggressiva. Nemmeno il tempo di abituarci ed ecco che con la seconda traccia “Blow”, pur rimanendo nel seminato, cambia leggermente le carte in tavola, si esplorano nuovi orizzonti speed, pagando un po’ il dazio alle band storiche del genere. Siamo però pronti a buttarci a testa bassa nella splendida title track “Reach for the Sky”, introdotta da un bel riff di chitarra che verrà ripreso più volte durante tutta la durata della traccia, un pezzo heavy metal classico sul quale ci si aspetterebbe di trovare la voce di uno dei tanti cloni dei grandi screamer storici, ma la voce di Akira Sugiuchi con le sue basse frequenze, non stona affatto su questo pezzo, anzi probabilmente è proprio il suo timbro a renderlo originale. La roboante “Don’t need mercy”, ci trasporta rapidamente a un altro degli episodi meglio riusciti dell’intero lavoro, la strumentale “Escape for the crime”: vi sembrerà di essere appena scesi dalla DeLorean dopo aver puntato il timer sul 1980. Pezzo elegante, ben strutturato, che accontenterà i fans di Riot e primi Iron Maiden. Arriviamo alla controversa “You Got My Mind”: la convinzione è quella che ci sia stata la volontà esplicita di omaggiare il power trio di sua maestà Mr. Kilmister, se cosi non fosse la somiglianza potrebbe essere perfino imbarazzante. Con questo dubbio in testa, ci accingiamo ad ascoltare “On the edge of sorrow” , pezzo onesto, imperniato su un riff di chitarra dai tratti orientaleggianti, si dipana in parti più trash, per poi tornare a riprendere il tema iniziale per quanto riguarda le linee vocali, un piccolo accenno in growl verso la metà del pezzo, ma nulla di trascendentale. La chiusura dell’album è affidata a “December”, altro pezzo di heavy classico che fa il paio con la title track: si tratta del brano più lungo dell’intero lavoro, un mid tempo piacevole, impreziosito da una melodia vincente e cantato in maniera efficace.

 

La lettura di “Reach for the Sky” non è semplice, i Solitude mantengono la stessa attitudine e il medesimo approccio del lavoro precedente. A volte la sensazione è quella di trovarsi di fronte a un Juke Box delle migliori band degli anni ottanta, anzi traspare anche una certa consapevolezza di questo, perfino nella scelta dei suoni; di fatto però dobbiamo prendere atto che si tratta di un buon album, suonato tecnicamente bene, che sicuramente farà la gioia dei defender di vecchia data, ma non mancherà di appassionare anche i più giovani. Il rapace magnificamente ritratto nella cover dell’album si poserà sulle vostre orecchie e vi farà compagnia per un po’ di tempo

 

 

 

 

VOTO

7/10

 

Pubblicata il 27 Gennaio 2017

robin.reviews@hotmail.com

 

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