PLASMODIUM

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"ENTHEOGNOSIS"

A cura di Robin Bagnolati e Siberian Tiger

Bentrovati cari lettori: questa volta risulta molto difficile trovare le parole per descrivere la band che analizzeremo oggi. I Plamodium vengono da Melbourne, Australia, e sono nati nel 2016: la loro proposta si basa su un Black/Death psichedelico. “Entheognosis”, corredato da un artwork molto particolare su sfondo bianco, è il primo lavoro della band ed è stato pubblicato da Satanath Records e Cimmerian Shade Recordings il 29 Dicembre 2016. Anche della lineup sappiamo ben poco: sono infatti conosciuti i nomi dei musicisti ma non i loro strumenti: Fuath, Demoninacht, Nocentor, Aretstikapha e Yen Pox.

 

Ma passiamo quindi alla musica ed iniziamo con l’opener “Limbic Disassociation”: siamo subito accolti da note sommesse di un basso. Solo dopo un minuto si inizia a sentire qualcosa di ulteriore in sottofondo: si tratta di suoni strani, non meglio identificabili oltre al piatto della batteria. Dopo quasi tre minuti di ambient/noise inizia il cantato in scream, che si sovrappone ad un vero e proprio mucchio di suoni. Non è affatto facile trovare un filo logico a quanto ci viene proposto in questo brano, il quale migliora un po’ solamente nella seconda parte. Questo pezzo posiamo definirlo come "22 minuti per stomaci forti". Il secondo brano è “Reformoculus”, dall’inizio decisamente più metal e comprensibile, con violente schitarrate Death che si fondono all’atmosfera oscura del Black. Anche in questo brano si odono suoni particolari, come una specie di sirena di cui non si capisce se si tratta di un effetto elettronico o di un giochetto vocale mescolato ad altri suoni elettronici, in totale disarmonia con il resto. Prima del quarto minuto abbiamo un forte rallentamento, che in alcuni secondi ci riporta a melodie arabeggianti. Le chitarre sono sempre distortissime e il basso non sempre risulta percepibile, mentre il batterista sembra essere l'elemento della band che ama sbizzarrirsi di più, creando bellissimi effetti con i piatti. Degna di nota è la campionatura di un amplesso, che possiamo sentire nella seconda metà del brano e che risulta essere l’unica “parte vocale” della canzone. Il finale ritorna un po’ sulle sonorità del primo brano, in stile ambient. “Hermaphrodisiac” sembra riportarci di nuovo in un ambiente ambient/noise, dove inizialmente l’unica parte musicale ben definita risulta essere quella della batteria. Quasi ai 3 minuti comincia la parte metal effettiva e il cantato torna in scena, con un growl però non troppo convincente. Le chitarre creano effetti davvero singolari, come se fossero suonate con un archetto da violino, lasciando nuovamente alla sezione ritmica la parte di certezza nell’ascoltatore. Dopo i 5 minuti e mezzo arriva una vera sfuriata Death a risvegliare l’ambiente, prima di catapultarci in piena atmosfera Black. Questa alternanza la ritroviamo fino alla fine del 16 minuti del brano, forse davvero troppi. Chiudiamo il disco con “Deuteromitosis”, che ci accoglie con sonorità tetre tali da poter essere adatte come colonna sonora di uno dei momenti di maggior tensione di un film horror. La lentezza regna sovrana fino a poco prima dei 2 minuti, quando la batteria inizia a sfogare il suo ritmo e il chitarrista si cimenta in schitarrate distorte. Il cantato, quando appare, si concentra su pochi lamenti indistinti, prima di articolare le parole del testo. Fortunatamente col proseguire della canzone riusciamo a trovare qualche momento abbastanza gradevole, ma la lunghezza del brano li fa sembrare una goccia d’acqua nel mare.

 

Qui a Steel on Fire abbiamo già avuto a che fare con album di questo genere, alcuni dei quali sono risultati degli ottimi lavori… cosa che non possiamo dire di questo “Entheognosis”, che purtroppo porta la noia al primo posto tra i sentimenti che fa scaturire. Solamente la seconda traccia, la più breve, risulta essere godibile per la maggior parte della sua durata, mentre gli altri tre risuonano confusionari e noiosi. Ci auguriamo che la band possa migliorare con i suoi futuri lavori.

 

 

 

 

 

VOTO

5,5/10

 

Pubblicata il 9 Aprile 2017

robin.reviews@hotmail.com

 

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by Robin Bagnolati