LEGACY OF EMPTINESS - ''Over The Past''

LEGACY OF EMPTINESS

"OVER THE PAST"

A cura di Robin Bagnolati,

revisione di Giulia Fordiani

Facciamo un salto nel lontano 1995, quando a Froland, in Norvegia, Eddie Risdal (voce, chitarre e programming) e Kjell-Ivar Aarli (basso) formano una band Black Metal denominata Permafrost. Quando Øyvind Rosseland (tastiere) si unisce alla lineup, la band sforna un paio di demo, prima di sciogliersi agli inizi degli anni 2000. Nel 2010, però, i tre decidono di riprendere le vecchie canzoni per divertimento. Il risultato? Il nuovo nome Legacy Of Emptiness e un primo album self titled. Passano ben sei anni prima che la band produca una nuova uscita: il 12 Giugno 2017 è uscito per Black Lion RecordsOver The Past”, il loro primo vero album di inediti, formato da 9 tracce ed accompagnato da un artwork ispirato alla settima.

 

La prima canzone di intitola “Reminisce” e ci viene introdotta da una melodia sinfonica, dolce e cupa allo stesso tempo. Quando si entra nel vivo, veniamo trasportati dal fiume della ritmica, costante ed incessante, che sorregge le corde ed un cantato growl ben eseguito. Colonna portante del brano sono anche le lunghe note delle tastiere. A metà brano ci ritroviamo in pieno momento sinfonico, con un acquazzone in sottofondo, che dura circa un minuto. Un brano Black che attinge a piene mani dal mondo Symphonic, riuscendoci piuttosto bene. Subito passiamo a “Despair”: l’intro risuona tutt’altro che Black Metal, ma Symphonic puro. Il cantato entra dopo quasi un minuto e la canzone si trasforma, assumendo addirittura sfaccettature Folk grazie anche al banjo di Geir Emanuelsen, primo ospite del disco. Siamo di fronte ad un Black assolutamente non estremo e molto melodico, che a metà vede pure un momento di testo recitato ed un solo di chitarra molto soft. Il finale ci riporta su sonorità più potenti. Una vera perla. Il terzo brano è “Angelmaker”: introduzione lenta e molto sinfonica, con un cantato che si inserisce piuttosto cadenzato. Serve un minuto per arrivare a ritmi ben più spinti che, però, non fanno perdere la propria natura al brano. L’atmosfera si fa tetra ed epica allo stesso tempo, con un’enfasi che cresce fino alla metà esatta del brano, quando di colpo tutto si quieta e si passa ad un intermezzo melodico. Uno spezzone recitato sopra un ritmo marziale apre al solo di chitarra, lento ma ad effetto, perfettamente in linea con il resto del brano. “Into The Eternal Pits Of Nothingness” cambia completamente le carte in tavola, mantenendo la componente Symphonic ma sfoderando un Black Metal oscuro e potente. La ritmica resta sostenuta anche durante un passaggio più melodico, che sfocia successivamente in un momento orchestrale. Attorno ai tre minuti la voce di Eddie mette letteralmente i brividi. Quinta traccia, “Drawn By Nightmares”: introduzione molto atmosferica e voce grave, che continua anche nel cantato clean. Prima dei due minuti riparte il growl e le chitarre lo supportano nella loro distorsione. Passa un altro minuto e ci troviamo in un periodo ai confini del liturgico. Proprio come un incubo, la canzone vive su momenti di quiete che anticipano la tensione e la paura, con le tastiere che in determinati momenti accentuano le sensazioni. Le voci aggiuntive sono del secondo ospite Jesse M. Jolly. Dopo il giro di boa iniziamo il ritorno con la sesta canzone, dal titolo “There Was a Man”: melodia tetra da parte degli “archi” che apre alla violenza! La ritmica si fa trascinante, un vero fiume in piena, e tutti gli altri strumenti rincarano la dose, mentre il cantato si fa più cattivo. Gli strumenti elettrici e la ritmica si fondono alla perfezione con gli “strumenti classici” ricreati dalle tastiere. Anche in questo brano possiamo assistere agli ormai consueti cambi di ritmo ed atmosfera, che contribuiscono a mantenere alta l’attenzione, mentre purtroppo il finale in questo caso lascia un po’ a desiderare. “Four Hundred Years” è il settimo brano e la melodia iniziale potrebbe essere benissimo usata per la colonna sonora di un film. Entrando nel vivo, questa volta ci accolgono sonorità meno estreme, che lasciano molto più spazio alla componente melodica delle chitarre e del cantato. Quanto detto all’inizio di questo brano lo si può intendere per tutta la sua durata, arrivando ad ipotizzare la dicitura Cinematic Black Metal. “Transition” è il penultimo e più corto brano del disco: il titolo parla da solo, perché altro non è che un intermezzo strumentale di pregevole fattura, in cui le note del pianoforte la fanno da padrone. Concludiamo questo album con la nona canzone “Evening Star”, che vede come lead guitar la partecipazione di Dan Swanö, colui potremo trovare nei credits anche alla voce “mixed and mastered by”: intro delle tastiere dinamico che continua come melodia principale anche all’ingresso in scena del resto dello strumentale. Bello l’effetto del growl, come se ci arrivasse alle orecchie attraverso il vivavoce di un telefono, che troviamo addentrandoci nel brano. Verso la metà, la canzone si fa decisamente più Black, per poi virare drasticamente su un solo di chitarra decisamente Hard Rock. Godibile il lento crescendo conclusivo.

 

Leggendo la biografia della band si potrebbe pensare di essere al cospetto di una band Black Metal tradizionale, ma niente è più sbagliato: i Legacy Of Emptiness danno molta importanza alla componente sinfonica nelle loro canzoni, donando loro spesso maggior epicità nonostante ritmiche non esasperate. La band certamente non propone novità stilistiche, ma quel che fa lo fa tremendamente bene. “Despair” è forse il momento top del disco, mentre “Four Hundred Years” può rappresentare quel qualcosa di particolare in più. Il trio norvegese ha confezionato davvero un ottimo album. I miei complimenti.

 

 

 

 

VOTO

9/10

 

Pubblicata il 10 Agosto 2017

LEGACY OF EMPTINESS

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