KALLIDAD

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"DEATH FIESTA"

A cura di Robin Bagnolati

Oggi amici parliamo di una band internazionale e molto particolare: nato a Sydney, nella zona di Bondi Beach, tra il 2011 e il 2012, il gruppo prende il nome di Kallidad (dallo spagnolo “calidad”, qualità) e inizia a comporre una musica che prende ispirazione dal metal e dalla musica messicana e spagnola, dando vita al loro Mexican Mariachi Metal, suonato principalmente in semi-acustico. Inizialmente la band si dedica alla musica da strada, riscuotendo sempre maggiore successo. In Italia iniziano a farsi conoscere grazie all’invito all’edizione 2015 del Ferrara Buskers Festival, che hanno stravinto aggiudicandosi un nuovo glorioso ritorno nel 2016, mentre in Australia imperversano per i locali di musica live. Particolarità distintiva della band è il face painting, che si ispira al culto della Santa Muerte. La solida lineup dei Kallidad è formata da Jacinko (Jason - chitarra solista), The Raven (Tomas - chitarra ritmica) e Señor Bang Bang (Julian - percussioni).

 

Ora passiamo ad analizzare il loro disco di fine 2014 “Death Fiesta”, che inizia con “Poco Loco”: i grilli ci accompagnano verso l’inizio del brano dove le chitarre procedono all’unisono, mentre le percussioni procedono su un’altra strada. Le strade si dividono dopo poco e Jacinko inizia a sviluppare la propria melodia ricca di spunti, mentre la canzone procede su ritmi moderati ma con un continuo crescendo che poi si interrompe di colpo e ripartire dal basso, dando il via alla seconda parte del “canto”, costellato di variazioni sul tema, che porta all’energico finale. Il secondo brano è la title track “Death Fiesta”, che inizia con un ritmo di percussioni tribale di Señor Bang Bang. La melodia di Jacinko è forse la più conosciuta della band e ispira una danza sfrenata. Di colpo si calma l’atmosfera, la melodia rallenta, The Raven assesta note lente ma indispensabili. Dopo la metà del brano iniziano i virtuosismi della chitarra solista, sostenuti da una ritmica incalzante, e un finale che arriva alla fine di un crescendo. Traccia 3, “Amigos! Glorious! Amigos! Victorious!”: accordo iniziale di chitarra, poi ritmo chitarra e mani. Qui la chitarra solista inizia con note basse e sincopate, creando una melodia più soft per un’atmosfera quasi più intima. La parte sincopata passa all’accompagnamento, mentre Jacinko scandisce una serie di note secche molto suggestive. Passiamo la metà canzone e iniziano le proverbiali variazioni, la ritmica si fa più incalzante, il solista aumenta esponenzialmente la propria velocità eseguendo un numero indicibile di note. Di colpo la melodia passa a The Raven, lasciando Jacinko libero di sfogersi. Passiamo a “San Juan”: chitarra sola in partenza, percussioni al seguito e la melodia che si inserisce, con Jacinko che quasi trasforma la chitarra in un mandolino. Anche qui l’atmosfera iniziale è più intima, fino a circa un minuto e mezzo, dove un piccolo crescendo ci porta verso al punto più soft, dove le percussioni di Señor Bang Bang hanno il ruolo principale. La sorpresa di questo brano la troviamo dopo il terzo minuto quando una chitarra spunta in scena con una forte distorsione, prima di tornare allo stile classico, stavolta però con un finale molto più corto. La canzone del giro di boa è “Lombok Rasta”, brano ispirato dall’isola indonesiana di Lombok, accanto a Bali: già dalle prime note possiamo percepire la diversa ispirazione di questo pezzo, con una ritmica semplice e una melodia principale molto cadenzata. Possiamo percepire sonorità hawaiane e spunti blues e, da metà canzone, si presenta un momento dedicato alla sezione ritmica, prima di lasciare sfogo a melodia e variazioni della chitarra solista. Il sesto brano nasce ispirato dalle colonne sonore dei film “Spaghetti Western” e si intitola “The Wild, Wild Western”: inizia la chitarra e subito siamo catapultati nelle lande desolate del Far West, mentre le percussioni ci ricordano il suono dei serpenti a sonagli. La melodia è ariosa, con quel tocco di leggera malinconia tipica delle colonne sonore western. A metà canzone arriva uno dei momenti clou dell’intero disco, dove il solo di Jacinko tocca livelli impensabili. Settimo pezzo, “Jameretto”: arpeggio dal sapore spagnoleggiante, percussioni leggere, giusto per creare qualche effetto, solista con note lente e soprattutto basse. Di colpo l’atmosfera si fa molto più ariosa, arrivando al momento in cui Jacinko torna a suonare la sua chitarra come fosse un mandolino, rimanendo pur sempre nell’atmosfera precedente. Potremmo quasi definire “Jameretto” come la ballad del disco. Il penultimo brano è “Glameretto”, che inizia al ritmo tribale delle percussioni. Dopo pochi secondi Jacincko inizia a scatenare una melodia frenetica, che lascerà il posto ad botta e risposta tra Señor Bang Bang e The Raven. Ai 2 minuti e 40 inizia un crescendo continuo, che raggiunge note sempre più alte. Ultimo brano, il più elaborato, è “Symphony Number Juan”: grilli e uccelli in lontananza, cicale… passa un minuto e mezzo prima che i nostri entrino in scena, in maniera completamente diversa: chitarre elettriche e batteria pura. La melodia principale ricorda momenti di musica classica, mentre la ritmica si mostra chiaramente nella sua natura metal. Ad un certo punto compare anche un piccolo momento di pianoforte, che ad un ascolto distratto può non farsi notare. A fine brano l’atmosfera risulta quasi black, tanto si fa cupa e distorta.

 

Death Fiesta” arriva alle nostre orecchie come un album vario, qualcosa di totalmente nuovo che porta una ventata d’aria fresca: si tratta di un album totalmente strumentale, ma riesce a non risultare mai banale, spesso trascinante. Ben suonato da musicisti di ottimo livello e ben registrato, un album da avere nella propria collezione.

 

 

 

 

 

VOTO

9,5/10

 

Pubblicata il 7 Dicembre 2016

robin.reviews@hotmail.com

 

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by Robin Bagnolati