IRDORATH - ''Denial of Creation'' (Steel on Fire - Metal Webzine)
TITOLO

A cura di Cris Walls

Da non confondere con gli omonimi “folksters” bielorussi di recentissima formazione, gli Irdorath sono un gruppo austriaco presente sulla scena da circa quindici anni. Prima di questo “Denial of Creation” avevano già registrato tre album, senza però distinguersi dall’anonimato. Evidentemente, un’attenta analisi degli errori commessi in passato e la conseguente volontà di “svoltare”, hanno sortito gli effetti di un incoraggiante cambiamento e questo loro ultimo lavoro, sembrerebbe attestarlo, sebbene permangano ancora delle “riserve”.


L’esperienza accumulata nel tempo, una maggiore consapevolezza di se stessi ed un “piano industriale” mirato, devono aver conferito ai ragazzi austriaci una circospezione tale da orientare i loro passi secondo disposizioni precise, studiate attentamente e calibrate al millimetro, per scongiurare inciampi lungo il cammino. Con queste premesse ha preso forma l’album “Denial of Creation”, un’epitome “scientifica” di tutti i generi del metal estremo, scevra da qualunque velleità sinfonica, ma lambita a più riprese da una marcata vena melodica. Il processo compositivo delle dieci tracce, bonus track compresa, si dipana attraverso lo sviluppo di un’idea basica che viene rivestita con un abito “classico”, già indossato dai mostri sacri della tradizione del death, thrash e black metal. E se da un lato, tale aspetto rende il disco assai piacevole, dall’altro ne inficia leggermente l’originalità perché sfido chiunque a non trovarci le vestigi degli ascolti con i quali molti di noi sono cresciuti e che, quindi, conoscono a menadito. Ma una produzione eccellente che ha ristrutturato i suoni ed un'innegabile ricerca creativa con la quale sono state rimescolate le carte (esercizio tutt’altro che semplice, in vero), ci consentono di valutare gli Irdorath alla stregua di furbacchioni talentuosi piuttosto che a sprovveduti cloni infingardi.


Si parte con “Devoured by Greed”, un pezzo dall’impatto assicurato, di prevalenza black metal, con un attacco vocale in stile Morbid Angel, seguito dalle tessiture care ai Dissection, impreziosite da un ritornello piuttosto indovinato ed una conclusione “epica” sulla scia degli Immortal. Con la seconda traccia, “Trail of Redemption”, che rappresenta per distacco il miglior momento dell’intero lavoro, si esplorano i sentieri del thrash, tenendo però la bussola del death sempre orientata sugli “altari di follia“ dell’angelo morboso. “Sacred Deception”, dapprima riporta in auge il putrido stile vocale degli Asphyx e, poi, rievoca il respiro melodico degli In Flames di "Whorocle". I venti di guerra norrena iniziano a spirare con veemenza e così, irrompe “The Curse That Haunts the Earth”, canzone nella quale si ode l’eco regale degli Amon Amarth, scatenando devastazione e ira belluina.


Se ponessimo un’ipotetica “cesura critica” al disco, potremmo far terminare qui la prima parte dello stesso, dichiarandoci soddisfatti per aver assistito ad una rilettura riuscita dei canoni, timidamente “personalizzata”, ma ancora “incrostata” e non completamente “genuina”. Non ci resta che addentrarci, allora, nella successiva sequela di brani che compongono, nel nostro gioco immaginario, la seconda sezione di “Denial of Creation”.


Il rilievo iniziale, riguarda un tangibile cambio dei modelli di riferimento con una robusta virata verso lidi più consoni al death\thrash, nei quali il gruppo cerca di imprimere un’impronta peculiare, con tutta la gravità del riffing e di una sezione ritmica sempre centrata. Tuttavia, la musa ispiratrice sembra aver abbandonato in questo frangente gli Irdorath, ai quali non resta che esperire tutti gli arnesi del mestiere, dando vita ad una serie di brani solidi ma meno crepitanti. Non sorprende più di tanto, quindi, che in episodi come “Purification” e “Covenant of the Unbounded” venga “convocato” al banco dei testimoni lo “strutturalismo” dei Carcass, nel tentativo di “ingraziarsi” la giuria! La forma narrativa si fa maggiormente scorrevole quando ricompaiono gli inserti melodici di scuola svedese, ed una canzone come “Blessings from Above” spiega il motivo per il quale la band non possa permettersi proprio di farne a meno. Mentre “In the Name of Decay” offre la sensazione che il disco abbia ormai le polveri bagnate , arriva in “zona cesarini” la tile track ”Denial of Creation” a far detonare le attenzioni, con un heavy metal ragionato, sinistro, evocativo nel cantato, con una partitura quasi vichinga ed un’apprezzabile aura “doomish” che forgiano un piccolo monile oscuro. Completamente ininfluente si dimostra poi la bonus track “Die Rache des Baumes” , flebile fiammella fatua, che incide poco ed ancor meno aggiunge all’insieme.


Tirando le somme, dopo aver soppesato attentamente le caratteristiche di “Denial of Creation”, possiamo reputarlo un album di buona levatura, segnatamente nei momenti incalzanti ad “iniezione melodica”. Qualche sbadiglio (pochi, in vero) è quasi inevitabile, invece, nelle pause routiniere cagionate forse da un'eccessiva “prudenza” finalizzata a “portare a casa” il risultato. Una maggiore intraprendenza non avrebbe di certo guastato, consentendo al quartetto formato da Markus alla voce e chitarra, Thomas alla batteria, Mario al basso e Craig, anch’egli alla chitarra, di compiere davvero un’estatica ascesa.




TRACKLIST

1. Devoure by Greed

2. Trail of Redemption

3. Sacred Deception

4. The Curse that Haunts the Earth

5. Purification

6. Covenant of the Unbounded

7. Blessings from Above

8. In the Name of Decay

9. Denial of Creation

Bonus Track

10. Die Rache des Baumes




VOTO

7,5/10


BAND

"Denial of Creation"

Pubblicata il 2 Aprile 2019

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