GLOOMY GRIM - ''Fuck The World, War Is War!''

GLOOMY GRIM

"FUCK THE WORLD, WAR IS WAR!"

A cura di Robin Bagnolati,

revisione di Giulia Fordiani

Nati nel 1995 come progetto solista del finlandese Agathon, i Gloomy Grim diventano ben presto una band a tutti gli effetti anche a causa dell’evoluzione della musica composta. Dopo cinque album e altre uscite di minore inportanza, la band si ferma per quasi otto anni, pubblicando l’ultimo full-lenght “The Age of Aquarius” nel 2016. Ad oggi la lineup è formata da Agathon (voce), Lord Heikkinen e Micko Hell (chitarre), Nukklear Tormentorr (basso) e Suntio (batteria). Oggi però non parleremo di questo album, ma della compilation dei blackster uscita il 24 Giugno 2017 per Symbol of Domination e Murdher Records e intitolata “Fuck The World, War Is War!”: la compilation altro non è che la riedizione delle prime due demo della band (ancora progetto solista) del 1996 e 1997, riunite in un unico disco.

 

I primi cinque brani arrivano dalla prima demo “Fuck The World, Kill The Jehova!” del 1996. Iniziamo con “Temple Of Agathon”: introduzione a forti tinte sinfoniche che aprono ad un’atmosfera puramente horror, con un cantato che inizia con un growl parlato. C’è da rimanere abbastanza prerplessi, soprattutto per la non eccelsa qualità dello strumentale che sembra messo insieme alla buona. Due grandi pause spezzano in tre parti il brano. Incrociando le dita passiamo a “Written In Blood”: ad aprire la scena sono suoni palesemente ricavati da un computer, senza la minima profondità. La parte vocale risuona leggermente meglio rispetto al primo brano, ma lo strumentale appare di una semplicità disarmante e, soprattutto, arriva senza contenere il benché minimo sentimento, completamente vuota. “Pope Of The Black Arts” non migliora certo la situazione, peggiorando anzi la qualità del suono. In questa canzone assistiamo per la prima volta ad un breve assolo di chitarra, un po’ di luce il questo buio… Agathon aggiunge anche dei cori femminili prima della fine del brano, mostrandoci almeno che un tentativo per migliorare lo stava già mettendo in atto. Passiamo ad “Asylum” ed alla sua introduzione che finalmente riesce a trasmettere qualcosa all’ascoltatore. Il cantato si fa leggermente più melodico e lo strumentale gode di un po’ di quella profondità così assente nei primi pezzi. Bella la parte di chitarra, sia nel solo normale sia in quello in stile arabeggiante, mentre le parti elettroniche continuano a non convincere come la drum machine. Alla fin fine, siamo comunque di fronte ad un discreto passo avanti. La prima parte viene chiusa da “Outro”: un susseguirsi di suoni e rumori, due minuti scarsi a cavallo tra Noise e Dark Ambient.

 

Passiamo alla seconda parte del disco, che comprende tre brani tratti dalla seconda demo del 1997 “Friendship Is Friendship, War Is War!”. Riprendiamo l’ascolto col brano più lungo, intitolato “WAR / Ashes”: l’introduzione è puramente sinfonica ed impostata discretamente. Il suono è completamente diverso da quanto sentito nella prima parte, più pieno e profondo Potremmo definire il brano come una piccola rapsodia, composta di vari periodi, alcuni dei quali tendono a ripetersi qua e là. Purtroppo però il brano tende a risultare davvero troppo lungo, perdendo col passare dei minuti la buona vena compositiva dell’inizio. Ci avviciniamo alla conclusione con “Blood”: in apertura sembra di trovarsi davanti ad un brano Pop Rock e la cosa spiazza parecchio. Lo smarrimento dura poco e si passa subito alle sonorità cupe ma, purtroppo, di nuovo vuote. Un passo indietro che porta a pensare un laconico “Non ci siamo proprio”… Il disco si chiude con “Reign”: inizio sinfonico discreto, che necessiterebbe di un pizzico di profondità in più. Dopo un minuto e mezzo la situazione si ribalta: le sonorità si induriscono e si velocizzano, la parte sinfonica si fa drammatica e il cantato è piuttosto convincente. Purtroppo il tutto è rovinato da un finale-non finale che spezza l’andamento del brano. Per un minuto questo è stato il brano migliore del disco.

 

Che dire… Per fortuna l’album dura solamente 33 minuti, perché l’ascolto è davvero un’impresa ardua. I momenti che valgono veramente sono davvero pochi. A consolare è la consapevolezza che la band ha avuto vent’anni per poter migliorare. L’idea di riproporre le demo d’esordio per il ventesimo anniversario della seconda è lodevole, ma vista la qualità del materiale sarebbe stato più sensato riproporle in veste riarrangiata.

 

 

 

 

VOTO

4,5/10

 

Pubblicata il 29 Agosto 2017

robin.reviews@hotmail.com

 

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by Robin Bagnolati